Giorgio Scerbanenco ribaltò il panorama letterario italiano degli anni ’60 e gettò le fondamenta del noir contemporaneo. La sua penna rivoluzionaria conficcò gli stilemi del genere nella realtà nazionale, scegliendo come teatro prediletto delle storie una Milano tratta dalla cronaca nera, alle prese con le contraddizioni del boom economico e simbolo della mutazione socioculturale che attraversava il Paese.

Materiale straordinario anche dal punto di vista della settima arte -in un momento, inoltre, particolarmente propizio a questa tematica, con la nascita del cosiddetto “poliziesco all’italiana”-, i testi di Scerbanenco diedero origine a due famiglie di adattamenti cinematografici: quelli ispirati ai romanzi del medico investigatore Duca Lamberti e quelli che presero spunto dai racconti della raccolta Milano calibro 9.

Giorgio Scerbanenco (Kiev, 28 luglio 1911 – Milano, 27 ottobre 1969).

PRIMA PARTE: IN CERCA DI DUCA LAMBERTI

Quando Duca Lamberti vide la luce, Scerbanenco scriveva da trent’anni. Nato a Kiev nel 1911, di madre italiana e padre ucraino -professore di lingue classiche, ucciso durante la Rivoluzione d’ottobre-, trascorse l’infanzia a Roma e, ancora adolescente, traslocò alla sua Milano. Studente autodidatta di filosofia, factotum per sbarcare il lunario (fresatore, barelliere, contabile), nel 1934 entrò nel mondo editoriale grazie a Cesare Zavattini, che aveva apprezzato i suoi primi racconti. Da allora, svolse una carriera a tuttotondo, da correttore di bozze a redattore, da giornalista a autori di romanzi e racconti, spaziando tra i generi con destrezza.

Il suo primo romanzo noir, Sei giorni di preavviso, venne pubblicato nel 1940, ma la popolarità arrivò negli anni ’60 con Lamberti. Medico radiato dall’albo per aver aiutato a morire un’anziana paziente in stato terminale, dopo tre anni di prigione diventa consulente dell’ispettore Càrrua -amico e collega di suo padre, poliziotto accoltellato in servizio dalla mafia- nella questura di via Fatebenefratelli, affiancato dall’agente Mascaranti e dalla compagna, Livia. Il ciclo si compone di quattro volumi, tutti editi da Garzanti: Venere privata (1966), Traditori di tutti (1966), I ragazzi del massacro (1968) e I milanesi ammazzano al sabato (1969).

Il secondo, vincitore del Grand prix de littérature policière al miglior romanzo straniero in Francia, fu l’unico senza trasposizione cinematografica; gli altri uscirono in sala tra il 1969 e il 1970: tre film, tre registi e tre attori per dare volto e anima a un investigatore brillante, intuitivo, cinico quanto basta, difensore delle regole del gioco sociale, lontano da formalismi e moralismi: “L’unico trasgressore [a queste regole] che io posso rispettare è il bandito col trombone (…); lui dice chiaramente che non vuole giocare alla bella società e che le regole le fa lui con il fucile. Ma i bari, no, li odio e li disprezzo”.

I ragazzi del massacro

Prima trasposizione filmica di un testo di Scerbanenco, prima targata Fernando Di Leo e primo noir del regista pugliese. Triplo primato da brividi per I ragazzi del massacro (1969), che segue le orme di un Duca Lamberti (Pier Paolo Capponi) intento a scoprire cosa si celi dietro lo stupro di gruppo e uccisione di un’insegnante in una scuola serale della periferia, a opera dei suoi allievi, giovani delinquenti sotto gli effetti dell’anice lattescente. Un film dalla mirabile modernità tecnica e tematica, al servizio di una delle storie più crude dello scrittore, che rompe il tabù della droga e l’emarginazione giovanile nella Milano sottoproletaria del boom.

Di Leo illumina un palcoscenico giallo classico con luci filoneorealiste e filopasoliniane, scegliendo, con criteri estetici pressoché lombrosiani, i suoi “ragazzi di vita” dalle strade meneghine all’ombra del miracolo economico, quasi tutti alla loro prima e ultima esperienza davanti alla macchina da presa e quasi tutti già noti alle forze dell’ordine. Dopo una prima parte fulminea, che comprende la scena dell’aggressione -sotto i titoli di testa, camera a mano- e gli asfissianti interrogatori in questura, il film si apre alla città, della quale offre pochi scorci, per intingere l’indagine poliziesca nella pseudoinchiesta giornalistica e il docudrama.

I ragazzi del massacro ricorre a una messinscena spettacolare, confinante con il sensazionalismo e persino con l’espressionismo, volutamente polemica, ma sempre sincera, per avviare una riflessione attorno alle radici del disagio sociale e l’altra faccia del progresso. Un viaggio visionario nel ventre oscuro di Milano, dov’erano in gestazione le generazioni perse degli anni ’70 e ’80, che all’epoca levò il fiato a una buona fetta della critica, su carta e su pellicola. Il tutto, con un ritmo e un montaggio serrati, porta d’ingresso al miglior Di Leo, quello che sarebbe esploso pochi anni dopo nella gloriosa “trilogia del milieu”.

E, anche se non mancano le licenze cinematografiche -il colpevole letterario cambia, Lamberti diventa commissario, senza traccia del passato medico, e Livia (Nieves Navarro), assistente sociale-, il regista non tradisce lo spirito di Scerbanenco, penetrando con garbo nella psicologia dei protagonisti. Molto efficaci Mascaranti (Renato Lupi) e Càrrua (Enzo Liberti), meno il didascalico personaggio di Navarro e un fiume in piena Capponi, che sfoggia una prestazione attoriale stupenda e disegna un investigatore sanguigno, istintivo, mai giustizialista, mosso soltanto da un genuino amore per la verità.

I ragazzi del massacro. Un film di Fernando Di Leo, 1969. Italia, Daunia Film – Belfagor Cinematografica. Colore, 99′. Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Scerbanenco. Sceneggiatura: Andrea Maggiore, Fernando Di Leo, Nino Latino. Interpreti: Anna Maria La Rovere, Danika La Loggia, Enzo Liberti, Ettore Geri, Flora Carosello, Jean Rougel, Marzio Margine, Michel Bardinet, Nieves Navarro (Susan Scott), Giuliano Manetti, Pier Paolo Capponi, Renato Lupi. Fotografia: Franco Villa. Montaggio: Amedeo Giomini. Scenografia: Franco Bottari. Musiche: Silvano Spadaccino.

Il caso “Venere privata”

Coproduzione franco-italiana, con Yves Boisset -già assistente di Claude Sautet e Riccardo Freda– dietro la cinepresa, che mette su pellicola il primo romanzo della serie, nel quale il passato medico dell’antieroe di Scerbanenco gioca un ruolo di prim’ordine: ne Il caso “Venere privata” (1970), Lamberti (Bruno Cremer), appena scarcerato, viene contattato da Càrrua (Claudio Gora) per trattare l’alcolismo e la depressione di Davide Auseri (Renaud Verley), figlio di un facoltoso industriale milanese e tassello fondamentale per scoprire la verità sul suicidio della commessa Alberta Radelli (Raffaella Carrà).

Il regista, abituato alle storie poliziesche, si mantiene fedele agli snodi principali del testo e gira un film dotato di ritmo e con una buona direzione di attori, in cui non mancano le scene dall’intenso profumo “scerbanenchiano”, in particolare, la conversazione au plein air tra Lamberti e Auseri, mettendo sul tavolo i morti fisici e metaforici che si portano appresso, e quella con la sorella di Alberta (Marina Berti): all’interno di una squallida casa di ringhiera sui Navigli, dalla quale la giovane voleva fuggire ad ogni costo, piani e dialoghi affondano il coltello nella ferita urbana che faceva a pugni con il progresso imbizzarrito della Milano bene.

Si tratta, però, di miraggi all’interno di un impianto narrativo semplificato in eccesso. Una storia senza rabbia né pathos, in un’atmosfera spesso inutilmente sofisticata, che trascura i tratti psicologici dei personaggi e dove il potente intreccio malavitoso alla radice del romanzo sembra un incidente di percorso. La Milano da cartolina di Boisset è priva di peso drammatico e la luminosa fotografia pop di Jean-Marc Ripert la colloca agli antipodi della metropoli letteraria. Anche la notevole prova artistica di Cremer, allora sconosciuto al grande pubblico italiano, ha poco di Lamberti e molto del suo futuro commissario Jules Maigret.

Sdolcinata e piatta Livia (Marianne Comtell), qui amica della vittima che collabora nelle indagini, ma bravi Verley, indimenticabile carbonaro Targhini Nell’anno del Signore di Luigi Magni, Gora, Mario Adorf e una sofferta e inusuale Carrà, protagonista di una scena feticistica stroncata dalla censura televisiva. Il caso “Venere privata” rimane, pertanto, un giallo elegante e piacevole, ma troppo lontano dai domini etici ed estetici di Scerbanenco. E sì, risulta impossibile non pensare a cosa avrebbe fatto con una “caccia al maniaco” nella notte meneghina qualche altro regista. Un nome a caso… Fernando Di Leo.

Il caso “Venere privata” (Cran d’arrêt). Un film di Yves Boisset, 1970. Italia – Francia, San Marco – Francos Films. Colore, 88′. Soggetto: tratto dal romanzo Venere privata di Giorgio Scerbanenco. Sceneggiatura: Antoine Blondin, Francis Cosne, Yves Boisset. Interpreti: Agostina Belli, Claudio Gora, Bruno Cremer, Jean Martin, Marianne Comtell, Marina Berti, Mario Adorf, Raffaella Carrà, Renaud Verley, Rufus, Vanna Brosio. Fotografia: Jean-Marc Ripert. Montaggio: Paul Cayatte. Musiche: Michel Magne.

La morte risale a ieri sera

Nonostante il cambio di titolo per questioni legate ai diritti d’autore, il film di Duccio Tessari è un adattamento, specificato nei titoli di testa, dell’ultimo romanzo della tetralogia, che vede Lamberti (Frank Wolff) impegnato nel caso di Donatella Berzaghi (Gill Bray), bella 25enne affetta da problemi psichici, scomparsa dalla casa di ringhiera dove viveva con suo padre, Amanzio (Raf Vallone). E, quando si parla de La morte risale a ieri sera (1970), due questioni vengono a galla: la prima, perché l’attore californiano, che svolse la maggior parte della sua carriera in Italia, ha ricevuto così poca attenzione; la seconda, perché questo film ha subito la stessa sorte.

Tessari, un altro nome tutto da rivalutare, seminatore seriale di perle western nella storia del nostro cinema, cambia genere con disinvoltura e gira un thriller poliziesco nel quale tutto funziona bene. Un secondo tempo ideale de I ragazzi del massacro, con cui ha diversi punti in comune: una solida sceneggiatura, che sa leggere l’essenza dell’universo di Scerbanenco, un tocco leggero, ma avvincente, di finta indagine giornalistica e un’attenzione squisita ai dialoghi e alla psicologia dei personaggi, costretti, in quest’occasione, a infiltrarsi in un losco giro di prostituzione che li metterà di fronte agli angoli bui dell’animo umano.

La morte risale a ieri sera vanta, però, un montaggio misurato, un crescendo ben dosato di tensione per sublimare la catarsi finale e, soprattutto, riesce a fare di Milano un vero personaggio -molto suggestive le scene girate nel parcheggio di San Siro e nel parco delle Basiliche- e a catturare le mutazioni culturali della civiltà di massa, delineate con maestria nella serie romanzesca, che stavano trasformando i costumi degli italiani, dal vestiario (la polo rossa di Capponi aveva preannunciato la svolta) a una stampa sempre più sensazionalistica, passando per le “canzonette”, amate dallo scrittore e incastonate nella colonna sonora di Gianni Ferrio con la voce di Mina.

Il film di Tessari è, dunque, quello che meglio riesce a plasmare l’immaginario “scerbanenchiano” a tutti i livelli, sostenuto da un cast magnifico e per nulla scontato. Idoneo Gigi Rizzi, allora famoso playboy, nei panni del magnaccia in cerca di redenzione (forzata) e fuoriclasse assoluto Vallone, uomo buono catapultato in una situazione inimmaginabile spaventosamente reale. “Cane di paglia” prima di Dustin Hoffman e Sam Peckinpah, il suo padre straziato e straziante, chiamato a scuotere le fondamenta di Lamberti, sgombra una delle strade filmiche predilette degli anni ’70: se il sistema non funziona, può un cittadino farsi giustizia da solo?

Tra i personaggi ricorrenti, Càrrua sparisce, ma Livia (Eva Renzi), adesso giornalista e moglie dell’investigatore, trova la giusta dimensione, abbandonando le superficialità degli altri adattamenti, e un Gabriele Tinti in grande forma mette in scena forse il Mascaranti meno aderente al suo alter ego letterario, ma il migliore dal punto di vista cinematografico: ringiovanito, autentico coprotagonista, in coppia affiatata ed efficacissima con Wolff, il quale, reduce del gioiello Il grande silenzio, dà una lezione di classe nel suo primo incontro con la penna di Scerbanenco, che completerà due anni dopo nel capolavoro definitivo Milano calibro 9.

Di nuovo commissario (in una delle scene chiave strizza l’occhio a una possibile formazione medica), è l’evoluzione naturale del Lamberti di Capponi e la chiusura perfetta di questa non trilogia. A lui spetta il compito di scrivere le “memorie del sottosuolo” di una Milano sempre più cupa e disumana, segnata da un consumismo selvaggio senza alcun freno morale, dove la società di massa fa posto anche alla criminalità di massa. Una città in caduta libera che lascia a nudo tutte le vulnerabilità di un investigatore maturo, profondamente umano, ostinatamente integro, che comincia ad avere paura di invecchiare “e non fare in tempo a ripulire il mondo”.

La morte risale a ieri sera. Un film di Duccio Tessari, 1970. Italia – Germania Ovest, Lombard Films – Filmes Cinematografica – C.C.C. Filmkunst GMBH. Colore, 98′. Soggetto: tratto dal romanzo I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco. Sceneggiatura: Biagio Proietti, Duccio Tessari, con la collaborazione di Artur Brauner. Interpreti: Beryl Cunningham, Checco Rissone, Eva Renzi, Frank Wolff, Gabriele Tinti, Gigi Rizzi, Gill Bray, Marco Mariani, Raf Vallone, Stefano Oppedisano, Wilma Casagrande. Fotografia: Lamberto Caimi. Montaggio: Mario Morra. Scenografia: Enrico Tovaglieri. Musiche: Gianni Ferrio, con le canzoni I giorni che ci appartengono e Incompatibile (Mina).

SECONDA PARTE: DA MILANO ALL’INFERNO

SCERBANENCO E IL CINEMA (II): DA MILANO ALL’INFERNO