Milano calibro 9 (1972), sesto lungometraggio da regista per Fernando Di Leo, è il più bel noir del cinema italiano e uno dei più belli della storia del cinema. Un ingranaggio perfetto.

Dopo aver scontato tre anni di carcere per una rapina andata male, Ugo Piazza (Gastone Moschin) viene assillato dal commissario capo (Frank Wolff) e dai colleghi della banda dell’Americano (Lionel Stander), convinti che sia stato lui a prendere i 300000 dollari affidatigli durante un giro di consegne avvenuto il giorno stesso del suo ingresso in prigione. Piazza nega tutto, ma si vede costretto a rimettersi a lavorare per l’Americano sotto la sorveglianza dello scagnozzo Rocco Musco (Mario Adorf), mentre cerca la protezione della sua vecchia banda (Ivo Garrani, Philippe Leroy) e tenta di riannodare i lacci con Nelly (Barbara Bouchet).

Gastone Moschin in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Mario Adorf in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Ciak, si scrive

Milano calibro 9 fu la seconda incursione nel noir, dopo I ragazzi del massacro (1969), del Di Leo regista. Il pugliese, però, aveva già un’esperienza clamorosa come sceneggiatore non soltanto in questo genere -basti ricordare Omicidio per appuntamento (1967) o l’incredibilmente sottovalutato Gangsters ’70 (1968), entrambi con Mino Guerrini dietro la cinepresa-, ma anche nell’universo dello spaghetti western.

Le sue partecipazioni decisive e non accreditate nei primi due film della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone e in Django (Sergio Corbucci, 1966) fanno ormai parte della leggenda, un’efficacia narrativa che guidò altri titoli imprescindibili come Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro (Lucio Fulci, 1966), i “Ringo” di Duccio Tessari o I lunghi giorni della vendetta (Florestano Vancini, 1967).

Dalla redenzione impossibile di Gangsters ’70 ai tratti caratteriali del Ted Barnett di Giuliano Gemma nel film di Vancini, che preannunciano il Piazza di Moschin, tutta questa esperienza costruì una strada di mattoni gialli che sboccò nel 1972 in Milano calibro 9, il suo capolavoro di scrittura e regia, per la cui elaborazione prese spunto, come ne I ragazzi del massacro, dai testi del maestro del genere Giorgio Scerbanenco.

Gastone Moschin e Barbara Bouchet in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Gastone Moschin e Barbara Bouchet in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Una tragedia perfetta

Di Leo, quarta Parca, tesse (e gira) una storia impeccabile di antieroi, kairos e kronos, in cui il tempo perfetto della vendetta soccombe al tempo inesorabile del destino: dalla formidabile sequenza iniziale della consegna, con tanto di assassinio di tre corrieri, rimane chiaro che il dado è tratto per tutti sotto quella cupola urbana sporcamente realistica e violenta, pregna di mondi in collisione perenne e fatale.

Una Milano cupa e nebbiosa, dove la città del lusso, le ville e gli uffici ultramoderni appartiene alla nuova criminalità dell’Americano, mentre nel ventre dei bassifondi sopravvive il vecchio padrino di Piazza, don Vincenzo (Ivo Garrani). “Adesso a me nessuno mi viene più a trovare, ma una volta, quando gli ordini li davo io…”: cieco, finito, a prendersi cura di lui è soltanto un altro suo sgherro, Chino (Leroy), voce del coro nella tragedia.

L’Americano? So che è una brutta bestia. Amici influenti in alto e gente senza scrupoli in basso: mai mettersi contro di lui. E poi è uno pulito, non è mai stato dentro. Sai che cosa vuol dire? Che ha manigliato con commissari, finanza e anche magistrati: sono vent’anni che la fa da padrone. Non ho paura di loro, ma non mi voglio immischiare perché non sarebbe regolare.

Due metodi e due mentalità diversi e inconciliabili: se Chino dice a Ugo di chiedergli “sempre quello vuoi, ma non chiedermi di infrangere le regole”, per l’Americano, si deve fare agli altri “quello che loro vorrebbero fare a te, ma fallo prima!”. Entrambe dannate, la vecchia mafia finirà per uccidere la nuova (“La chiamano mafia, ma oggi sono bande in lotta e concorrenza fra di loro. La vera mafia non esiste più”), ma al prezzo più alto possibile.

Gastone Moschin e Ivo Garrani in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Philippe Leroy in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Compagni!

Nel momento in cui il poliziotto fuorilegge pullulava nell’industria cinematografica americana (e qualche malfattore aveva la cattiva idea di tentare la sorte davanti alla Smith & Wesson M29 dell’ispettore Harry Callahan), Di Leo prese in prestito il profilo e fece al suo fascistico commissario capo un regalo al vetriolo: il vicecommissario Mercuri (Luigi Pistilli), “il nostro caro Mercuri, funzionario d-e-m-o-c-r-a-t-i-c-o…”.

Non è l’Americano che da le carte. Nel giro ci sono banchieri, industriali che annegano nei miliardi, ricchi che se ne fregano se l’economia nazionale va a rotoli e che mandano i loro soldi in Svizzera, in Germania, nel Liechtenstein. Perché, oltre dell’Americano, non ci occupiamo anche di questi qui, commissario?

I loro scontri dialettici e morali dal sapore quasi socratico sono una devastante bomba di profondità nel seno di un’Italia alla Stendhal, tra terrorismo rosso e nero, attraversata da un radicale mutamento sociale: mentre il film veniva girato, ancora riecheggiavano le bombe di Piazza Fontana ed era appena uscita in sala l’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri e Gian Maria Volontè.

Di Leo denuncia un sistema corrotto dove causa ed effetto si confondono, l’integrità professionale si paga, la pena viene concepita come vendetta (“Adesso si sono messi pure a contestare il carcere: vogliono posti salubri, spaziosi”) e la rivendicazione delle libertà fondamentali e della più basilare giustizia sociale viene spacciata per sovversione e odio di classe (“Mercuri, delinquente si nasce! (…) Ma tu forse forse ce l’hai coi ricchi?”).

Frank Wolff e Gastone Moschin in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Luigi Pistilli in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Condannati a capirsi

Milano calibro 9 mette insieme un lavoro registico eccezionale (dalla cinepresa che segue il ballo di Nelly nel night club, spostandosi impazzita in tutte le direzioni, alla soggettiva di Chino mentre sorveglia la villa dell’Americano) e una mirabile direzione di attori, con una Bouchet bellissima e convincente come “ragazza del gangster” in piena epoca di liberazione femminile e le coppie Leroy – Garrani e Wolff – Pistilli come esempi di classe ed efficacia.

E, soprattutto, con il binomio di genialità e versatilità che sono Gastone Moschin e Mario Adorf. Il primo, come Buster Keaton della mala, la cui resistenza fisica e mentale viene costantemente messa alla prova dalla doppia spada di Damocle che pende sulla sua testa; il secondo, doppiato da Stefano Satta Flores, scagnozzo impomatato tra istrionismo e trascendenza, come contraltare perfetto al Conte di Montecristo di ghiaccio di Moschin.

Piazza e Musco aprono e chiudono insieme un film (ancora) perfetto, dove il concetto di deus ex machina raggiunge le vette più raffinate. Curiosamente, nello stesso anno i due attori furono anche i protagonisti della trasposizione cinematografica de La violenza di Giuseppe Fava, che riassume la denuncia di Milano calibro 9: “La violenza, quinto potere nello Stato, che tutti gli altri riunisce e manovra e che tutti gli altri sottomette e corrompe…”.

Gastone Moschin e Mario Adorf in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Gastone Moschin e Mario Adorf in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Che cos’è il genio?

Quando in Italia il noir era un terreno poco esplorato dai produttori, nonostante il successo di titoli come Banditi a Milano (Carlo Lizzani, 1968), Di Leo, con la sua casa di produzione Daunia 70, creò una nuova via nel genere che amava, una via assolutamente personale e originale che, rendendo omaggio ai classici francesi e statunitensi (Gastone con l’impermeabile è più melvilliano di Melville), diede come risultato un’opera unica e inarrivabile.

Milano calibro 9, tra gli esempi più compiuti dell’importanza della scrittura nel mestiere del cinema, miscela polso narrativo, senso dell’intrattenimento (compresa l’affascinante colonna sonora di Luis Bacalov e gli Osanna, dove ogni nota cade nel posto giusto) e carica sociale e politica in maniera semplicemente straordinaria. Tra il 1972 e il 1973, gli straordinari La mala ordina e Il boss completarono la “trilogia del milieu”.

“I film noir, per qualche verso, sono anche dei film morali, ma non è detto che l’autore sia un moralista”. Mezzo secolo dopo, i problemi dissezionati da Di Leo sono pressoché gli stessi e Milano calibro 9 è sempre sporca, brutale, fatale magia. “Che cos’è il genio?”, si chiede il Melandri di Moschin nel secondo atto di quell’altro capolavoro che è Amici miei, “È fantasia, intuizione, colpo d’occhio, velocità di esecuzione e Fernando Di Leo” (semicit.).

Gastone Moschin in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.
Philippe Leroy in Milano calibro 9. Fernando Di Leo, 1972.

Milano calibro 9

Un film di Fernando Di Leo, 1972. Italia, Cineproduzioni Daunia 70. 97′, colore.

Soggetto: Fernando Di Leo, tratto dal libro omonimo di Giorgio Scerbanenco (Garzanti). Sceneggiatura: Fernando Di Leo. Interpreti: Barbara Bouchet, Fernando Cerulli, Frank Wolff, Gastone Moschin, Giulio Baraghini, Giuseppe Castellano, Ivo Garrani, Lionel Stander, Luigi Pistilli, Mario Adorf, Mario Novelli, Philippe Leroy, Salvatore Aricò. Fotografia: Franco Villa. Montaggio: Amedeo Giomini. Scenografia: Francesco Cuppini. Musiche: Luis Enríquez Bacalov e gli Osanna.

Dichiarazioni tratte da: Fernando Di Leo. La morale del genere (Manlio Gomarasca, 2004).

“Maledetto vizio di noi italiani, sempre parlare, parlare!”:

GLI ANNI RUGGENTI, MA NON TROPPO