Pane e cioccolata. Franco Brusati, 1973.

“Non c’è italiano senza difetti e lei, Marco, è italianissimo”. È la frase di congedo dell’ingegner Marucchelli (Amedeo Nazzari) a Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), dopo una settimana insieme a Buenos Aires. Il primo, imprenditore di (immenso) successo nel settore della carne bovina, affetto da “complesso della bandiera, psicosi della patria lontana!”; il secondo, “pablic releishons” di una casa di produzione cinematografica romana, indebitato fino al collo. Un film straordinario, Il gaucho (1964), nel quale Dino Risi aveva messo in luce le molte ombre del fenomeno migratorio italiano, fra cui gli intricati rapporti tra connazionali all’estero. Quella storia aveva un cuore sanguinante, sua maestà Nino Manfredi, ovvero Stefano Liberati, più di dieci anni di lavoretti sottopagati in Argentina, incapace di tornare fallito in patria, ignorato dai ricchi compatrioti (e non) in loco.

“Lascia stare, Marco, quelli come lui li conosco: hanno sempre l’Italia in bocca, hanno anche un cuore grosso così, ma dei connazionali come me si vergognano”. Un decennio dopo, in Pane e cioccolata (Franco Brusati, 1973), Manfredi si calò nei panni di un altro emigrato italiano per far saltare di nuovo il banco. Dall’Argentina alla Svizzera, da Stefano Liberati a Giovanni Garofali, detto Nino, con a portata di mano un posto fisso da cameriere che porterebbe con sé l’agognata stabilità economica e personale. Ma il futuro si appanna a causa di un “atto osceno in luogo pubblico”: ripreso in fotografia da una scandalizzata coppia di borghesucoli locali mentre fa la pipì per strada, viene licenziato e inizia una parabola discendente tempestata di incontri fugaci, sogni infranti e lavori umilianti, sempre in bilico tra l’accettazione della sconfitta del ritorno e l’orgoglio di non darsi mai per vinto.

I flussi migratori italiani verso la Svizzera erano iniziati nella seconda metà dell’Ottocento, ma il boom arrivò dopo la Seconda guerra mondiale. Già nel 1950, rappresentavano la metà della popolazione straniera nel Paese, con circa 140000 lavoratori registrati -dalla provenienza perlopiù settentrionale, una tendenza che si sarebbe radicalmente invertita nel corso del decennio- e il fenomeno crebbe in modo continuo fino alla fine degli anni ‘70. Quando Pane e cioccolata uscì in sala, era un momento caldo e, difatti, il picco si raggiunse nel 1975, con 573085 lavoratori registrati. Gli italiani rappresentavano allora ben due terzi della manodopera forestiera. Basti pensare che il secondo gruppo più numeroso, gli spagnoli -ai quali il film dedica una simpatica strizzata d’occhio nella scena della partita di calcio-, ne rappresentavano “appena” l’11%, con 100000 lavoratori registrati quell’anno.

In questo paesaggio umano, il profilo preponderante era quello del lavoratore stagionale munito da un permesso di soggiorno dalla durata di nove mesi, rinnovabile all’occorrenza e senza autorizzazione a farsi raggiungere dalla famiglia, circostanza che poteva capitare soltanto dopo qualche anno e sotto determinate circostanze. Vale a dire, la situazione di Nino Garofali, grazie al quale ci ritroviamo a parlare di uno dei più bei ruoli della carriera di Manfredi, cadutogli dal cielo -letteralmente: il primo nome vagliato era stato Ugo Tognazzi, che negli stessi mesi girò La proprietà non è più un furto con Elio Petri– in un periodo particolarmente dolce della sua carriera, compreso lo stupendo debutto dietro la macchina da presa, Per grazia ricevuta (1971), premio per la migliore opera prima al Festival di Cannes. Sembra un luogo comune? Senza dubbio. È la verità? Senza dubbio.

Figlio di emigranti negli Stati Uniti, questa volta Nino rende omaggio alle radici non soltanto da attore, ma anche da sceneggiatore. Il clima invidiabile sul set de Il gaucho però era un ricordo lontano e ci furono costanti dissidi fra Brusati, lui stesso emigrante in terre elvetiche, e Nino, che si vide persino costretto a lottare per vedere riconosciuto il suo lavoro di scrittura. Nonostante le tensioni, il risultato -vengono in mente gli screzi tra Lino Ventura e Jean-Pierre Melville, in particolare sul set de L’armata degli eroi (1969)- fu impeccabile. Sensibilità, umanità, ironia, tenerezza, naturalezza disarmante, Manfredi è padrone e signore di questa Odissea nella quale il ritorno sarebbe una disfatta inammissibile: “Senza contratto di lavoro, uno non può restare in Svizzera. Dovrei rientrare in Italia e chi c’ha il coraggio? Tre anni di promesse, signor commissario, e che dico a casa: Ho fatto pipì?”.

Lui, che non si era nemmeno sottratto all’obbligo di denunciare alla polizia l’avvistamento di un cadavere nel parco, viene lasciato completamente solo per quel delitto di lesa maestà, “commesso” proprio per colpa dei nervi post-interrogatorio. Ma, quando il treno sta per partire, avvista l’ex collega turco (Gianfranco Barra), fresco di posto fisso, sul binario di fronte, mentre accoglie la sua famiglia carica di valigie. Il nostro Ulisse rientra allora in città, legandosi all’albero maestro del sogno, e dà inizio a un pellegrinaggio fisico e mentale che lo vedrà rifugiato, in primis, dalla dirimpettaia Elena (Anna Karina), professoressa greca in fuga dalla dittatura dei colonnelli, poi da uno sbruffone industriale italiano bancarottiere (Johnny Dorelli), più tardi nelle baracche, dal vecchio amico Gigi (Tano Cimarosa), infine da una famiglia di connazionali clandestini che sopravvivono in un pollaio.

Pane e cioccolata gioca con la commedia, la satira, il dramma, il giallo. Una miscela brillante di momenti esilaranti e coltellate di poesia, imprescindibile in un film che non ha paura a prendere di petto l’argomento dell’emigrazione in tutte le sue sfaccettature. Sul tavolo, l’attitudine rivoltante di tanti emigrati che credono si risolvere qualsiasi problema con il sole, il mare e le canzonette, adagiandosi nella propria inerzia, in attesa di un miracolo per scampare alla miseria. Una denuncia che trova il suo clou nel cabaret di Nino, Gigi e Renzo (Max Delys) nelle baracche, dove si rispecchiano, in tutta la loro crudeltà, i musicisti del Pellegrinaggio a San Isidro delle Pitture nere di Francisco de Goya, pervasi da un’allegria grottesca che altro non è che un abisso di disperazione: “Anni a masticare umiliazioni e ci ridono pure! È tutta la vita che ci fregano con la chitarra e il mandolino, e ancora cantiamo!”.

Ma sul tavolo anche una dissezione struggente delle difficoltà inerenti al processo d’integrazione: solitudine, paura, sradicamento. La sanità mentale di Nino sta per raggiungere un punto di non ritorno nella scena surrealista del pollaio: quegli esseri umani in uno stato di assoluta degradazione fisica e morale lo accolgono a braccia aperte e, come i Freaks di Tod Browning (1932), lo riconoscono come uno di loro. Quando, in estasi, lo portano a vedere, attraverso una grata, i biondissimi figli del padrone fare il bagno nel laghetto, come creature wagneriane, Nino diventa Enea che scende nell’Ade per ricevere profezie sul futuro. Per smentirle, compirà, come avrebbe detto Balestrini Marino, “l’insano gesto” di tingersi i capelli e i baffi di biondo. Ma c’è troppa dignità in Giovanni Garofali perché uno stratagemma così umiliante, anche se apparentemente vincente, possa funzionare.

“Parlate tanto male di questo Paese e poi, quando si tratta di andarvene… Dovreste prendervela con l’Italia, che ci obbliga ad emigrare, non con quelli che ci accolgono e ci sfamano!”. Brusati firma il suo film più bello e sincero, con un non-finale coraggioso e intelligente, un interrogante che rifiuta ogni via consolatoria: qui non ci sono né la retorica né il didascalismo che forse penalizzano un po’ alcune altre opere del regista milanese. Una filmografia, ad ogni modo, molto interessante, ingiustamente caduta nel dimenticatoio dopo la candidatura all’Oscar come miglior film straniero per Dimenticare Venezia nel 1979. “Scusi, sior Nino, ma più ci penso… Perché gli stranieri ce l’hanno tanto con noi?”, gli chiede Gianni (Paolo Turco), poco più di un ragazzino, lavoratore anche lui al ristorante. “Ma chi te l’ha detto? Va’ un po’ a Milano o Torino a vedere come trattano i meridionali”.

Ecco la chiave di volta di Pane e cioccolata. Perché questa è una storia di distanze economiche e sociali che non coincidono per forza con le barriere geografiche, anzi. Perché questa è soprattutto una storia di identità perdute, un altro immancabile, luminoso Nino pirandelliano, assieme a Stefano, a José Luis ne La ballata del boia (Luis García Berlanga, 1964), a Gino in Girolimoni, il mostro di Roma (Damiano Damiani, 1972). Pochi mesi dopo Pane e cioccolata, in Delitto d’amore (1974), Carmela Santoro (Stefania Sandrelli) esperimenterà lo stesso processo di dissociazione socioculturale, ma senza bisogno di uscire “di casa”, tra Sicilia e Milano. Luigi Comencini definì il suo dramma “una favola” e probabilmente sia anche la migliore definizione del film di Brusati. “Garofali Giovanni, innocente. / E italiano… / Nessuno è perfetto, signor commissario”.


Pane e cioccolata

Un film di Franco Brusati, 1973. Italia, Verona Produzioni Cinematografiche. Colore, 111’.

Soggetto: Franco Brusati. Sceneggiatura: Franco Brusati, Iaia Fiastri, Nino Manfredi. Interpreti: Anna Karina, Ciro Elias, Federico Scrobogna, Francesco D’Adda, Geoffrey Copplestone, Giacomo Rizzo, Gianfranco Barra, Giorgio Cerioni, Johnny Dorelli, Manfred Freyberger, Max Delys, Nelide Giammarco, Nino Manfredi, Paolo Turco, Tano Cimarosa, Ugo D’Alessio, Umberto Raho. Fotografia: Luciano Tovoli. Montaggio: Mario Morra. Scenografia: Luigi Scaccianoce. Musiche: Daniele Patucchi.

Riconoscimenti: David di Donatello 1974 (miglior film, miglior attore protagonista, David Europeo), Festival di Berlino 1974 (Orso d’argento), Grolla d’oro 1974 (miglior attore), Nastro d’argento 1975 (miglior soggetto), Kansas City Film Critics Circle (miglior film straniero), National Board of Review 1978 (miglior film straniero), New York Film Critics Circle 1978 (miglior film in lingua straniera).