Nell’ondata di riflessioni distopiche, apocalittiche e post-apocalittiche che tenta di travolgerci dal 2020, Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) si è rivelato un autentico saggio di sociologia sul comportamento dell’umanità di fronte a un virus sconosciuto e le descrizioni fatte da Richard Matheson dei militari mascherati portando via i corpi per essere bruciati hanno raggiunto un’inaspettata dimensione nel nostro immaginario collettivo. Niente, però, che non avessero già fatto I promessi sposi (Alessandro Manzoni, 1827), diario di bordo delle fasi di espansione del morbo vissute negli ultimi anni.

Scherzi (pochi) e sciovinismo (mica tanto) a parte, la prima trasposizione filmica del romanzo dello scrittore statunitense arrivò nel 1964: L’ultimo uomo della Terra (The Last Man on Earth), con la voce e le sembianze di Vincent Price, ne è anche l’adattamento più fedele; elevato agli altari del cinema di culto, ha stabilito, di pari passo con il testo scritto, i topoi della finzione post-apocalittica, disegnando un mondo desolato che diventò -e lo è tutt’oggi- il punto di riferimento indispensabile per il genere, su carta e su pellicola, a cominciare da George A. Romero e la sua Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi, 1968).

Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.
Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.

Lettori e spettatori veniamo catapultati nella narrazione in medias res e, grazie a una ricca analessi, scopriamo il passato dell’operaio Robert Neville -chiamato Robert Morgan, scienziato di professione, nel film-, unico sopravvissuto a un virus di origine sconosciuta che si trasmette per via aerea e ha annichilito la popolazione mondiale, facendo sì che le vittime non bruciate diventino un ibrido tra vampiro e zombie: Io sono leggenda fu, difatti, una delle prime opere di finzione a leggere il vampirismo da un’ottica scientifica, tentando di strapparlo di mano alle tenebre sovrannaturali del folklore europeo.

La storia comincia il 5 settembre del 1968: sono passati tre anni “da quando ho ereditato il mondo, soltanto tre anni che sembrano cento milioni”. Per Robert, “esiste soltanto il presente”, la sua esistenza è diventata una routine di sopravvivenza. Di giorno, mentre setaccia la città per fare scorta di viveri e combustibile, uccide i vampiri dormenti e ne brucia i corpi; di notte, si barrica nella sua villetta, fabbrica i paletti da conficcare nei loro cuori e, tra whisky e jazz, cerca di dormire, cullato dalle voci delle creature che assediano la casa, capeggiati dall’ex-collega e amico Ben Cortman (Giacomo Rossi Stuart).

A bordo della sua auto, ripercorriamo le strade desolate, un panorama irreale, potenziato nel film dal bianco e nero spettrale di Franco Delli Colli, che ci fa sentire come se fossimo dentro uno scatto di Eugène Atget, anche se veramente siamo a spasso per l’EUR; il quartiere, presente già nella Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945) e ancora in costruzione durante le riprese, divenne un perfetto palcoscenico per questo capovolgimento estremo del canone classico del vampiro: un essere umano solo in un mondo di non morti, con la sola compagnia di una stazione radioamatoriale muta da tre anni.

Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.
Giacomo Rossi Stuart ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.

La situazione precipita dopo l’incontro con Ruth Collins (Franca Bettoia), la quale, inizialmente scambiata per una superstite, finisce per confessare la sua vera condizione: appartiene a un tipo più evoluto di vampiri, capaci di resistere alla luce del sole grazie a delle iniezioni giornaliere di plasma e virus. E, nella nuova società che stanno organizzando, il leggendario (a sua insaputa) “predatore di vampiri” non ha posto. Ma la spia, venuta a conoscenza della tragica storia dell’uomo in carne e ossa -la figlia bruciata in una fossa comune, l’uccisione della moglie- sviluppa nei suoi confronti una forte simpatia, pregandolo di fuggire.

Robert non lo fa e pochi mesi (ore, nel lungometraggio) dopo, viene catturato. Nel romanzo, rinchiuso in una cella, si suicida ingerendo delle pillole, cortesia di Ruth, per evitare la brutale esecuzione programmata. Prima della fine socratica, l’ultimo uomo (letterario) della Terra si affaccia alla finestra, posa lo sguardo sui componenti della nuova umanità che attendono la sua morte e, trafitto dal panico, capisce di essere lui l’anomalia genetica: “Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra nell’inespugnabile fortezza dell’eternità. Io sono leggenda”.

Nel film, invece, viene perseguitato e ucciso, immolato sull’altare di una chiesa, sotto la biblica “Io sono la via, la verità e la vita”; prima di cadere esanime tra le braccia di Ruth, realizza un atto di accusa esplicito: “Mostri, siete dei mutanti, sono io l’uomo, l’ultimo uomo della Terra!”. È il salvatore dei suoi assassini. Letteralmente, poiché prima di morire aveva realizzato una trasfusione alla donna e, sul suo sangue immune al virus -merito del morso di un pipistrello in Panama anni prima- si rifonderà la nuova società. “Non piangere”, Ruth, Pietà post-apocalittica, accarezza la testa di un bambino impaurito dal frastuono, “adesso siamo tutti salvi”.

Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.
Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.

La gestazione de L’ultimo uomo della Terra fu travagliata: la Hammer Film Productions, dopo innumerevoli screzi con la censura in Inghilterra, abbandonò il progetto e fu il produttore Robert L. Lippert a portarlo avanti a basso costo in Italia, negli studi Titanus della Farnesina e con Sidney Salkow dietro la macchina da presa; anche se le informazioni a riguardo sono scarse, Ubaldo Ragona, indicato come regista nella versione italiana, fu probabilmente il responsabile del doppiaggio. Matheson curò la sceneggiatura, ma nei titoli di testa compare con lo pseudonimo di Logan Swanson perché non rimase completamente soddisfatto del risultato finale.

Tuttavia, viene esplicitato che si tratta di un adattamento del suo romanzo: mai dire “no” a un diritto d’autore. Inoltre, lo scrittore non si mostrò molto d’accordo con la scelta di Price, per il quale, del resto, nutriva una profonda ammirazione personale e professionale. Furono gli sfiancanti problemi sorti prima e durante le riprese, con la troupe schivando i poliziotti per le strade di Roma, a provocarne il rifiuto? Probabilmente: da spettatori, è difficile pensare a un “ultimo uomo della Terra” più adatto di Vincent, che dispiega una prestazione attoriale superba, considerata all’unanimità tra le migliori della sua carriera.

Franca Bettoia e Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.
Vincent Price ne L’ultimo uomo della Terra. Sidney Salkow, Ubaldo Ragona, 1964.

Spesso (e superficialmente) etichettato come “horror”, siamo davanti a uno straziante studio sulla solitudine umana, erede del Robinson Crusoe di Daniel Defoe e reso indimenticabile dalla presenza malinconica e tormentata di Price. Lui, il maestro che raccoglieva in sé tutto l’universo letterario di Edgar Allan Poe, è Logos e Pathos, gravitas sublime, l’incrocio tra Giobbe e un personaggio uscito dai mondi kafkiani o persino dal cappotto di Gogol’, ripetendo all’infinito azioni prive di senso (“Quanti paletti dovrò fabbricare prima di distruggerli?”), ma che costituiscono il filo invisibile al quale si aggrappa l’ostinata natura umana.

Tra smarrimento morale e disperazione, Robert è il porcospino di Schopenhauer, vittima e carnefice nella (quasi) inevitabile interazione sociale. La morte fisica viene provocata dalle ragioni dell’altro; la morte morale è la consapevolezza della totale assenza di speranza (“Sapeva di non essere uno di loro, di essere un anatema, un orrore nero da distruggere, come i vampiri”). Il mondo che conosceva non c’è più, nonostante i suoi sforzi; quello nuovo lo uccide. “Ora sono io l’anormale. La normalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti e non la norma di uno solo”. Nel bene e nel male.


L’ultimo uomo della Terra

Last Man On Earth. Un film di Sidney Salkow e Ubaldo Ragona, 1964. Stati Uniti di America – Italia, Associated Producers – Produzioni La regina. 86′, b/n.

Soggetto: tratto da Io sono leggenda (I Am Legend), di Richard Matheson. Sceneggiatura: Richard Matheson, Furio M. Monetti (come William F. Leicester). Interpreti: Christi Courtland, Emma Danieli, Ettore Ribotta, Franca Bettoia, Giacomo Rossi Stuart, Tony Corevi, Umberto Raho, Vincent Price. Fotografia: Franco Delli Colli. Montaggio: Gene Ruggiero (versione italiana: Franca Silvi). Scenografia: Giorgio Giovannini. Musiche: Bert Shefter, Paul Sawtell.