Antonio Badalamenti (Alberto Sordi), supervisore in un grande stabilimento automobilistico a Milano, torna in vacanza in Sicilia dopo molti anni di assenza. Con lui, sua moglie, Marta (Norma Bengell), le loro figlie e anche un pacchettino da consegnare a don Vincenzo (Ugo Attanasio), mammasantissima della natia Calamo. Antonio è euforico per la fiducia in lui riposta dal suo capo italoamericano: “E chi non conosce don Vincenzo? Lo conoscono tutti e lui conosce tutti noi e a tutti noi ci tiene nel suo cuore”.
Mafioso. Alberto Lattuada, 1962.

Ecco, il cuore, “la rovina nostra, il cataclisma de li popoli”, che diceva il Pasquino di Nino Manfredi, “maledetto il cuore chi ce l’ha”Mafioso uscì in sala il 25 ottobre del 1962, pochi mesi prima della presentazione al Festival di Venezia de La ballata del boia (El verdugo, Luis García Berlanga). Da diamante a diamante, con lo stesso nome alla penna: Rafael Azcona, assieme a Ennio Flaiano nel film spagnolo e all’amico Marco FerreriAge e Scarpelli in quello italiano. Due miscele sontuose le cui sfumature -grottesche, malinconiche, beffarde, oniriche, umanissime- si fondono alla perfezione in due storie geniali che viaggiano su binari paralleli, ponendoci la stessa domanda: cosa succede quando la violenza istituzionalizzata, socialmente accettata, incrocia la vita di un normale cittadino?

Se ne La ballata del boia José Luis (un Manfredi regale), lavoratore di un’agenzia di pompe funebri a Madrid in pieno franchismo, neo sposo e neo papà, si vede costretto a subentrare al suocero Amadeo (Pepe Isbert) come boia statale per non perdere la casa, in Mafioso è Antonio (un Sordi regale; per entrambi, ordinaria amministrazione) il padre di famiglia e lavoratore esemplare che vede la sua vita trasformata per sempre quando scopre il segreto di Pulcinella: giovanissimo picciotto d’onore, il suo successo al nord ha avuto dietro la mano del favore mafioso, che ora sorprendentemente (soltanto per lui) gli presenta il conto da pagare. “Anche noi ti vogliamo bene e ti siamo grati di quello che fai. / Don Vincenzo, e che faccio io? / Una cosa importante, Nino, ma se vuoi, puoi dire di no”.

Con questi attrezzi, era quasi impossibile che Alberto Lattuada non tirasse fuori un capolavoro. Quando assunse il progetto, il regista milanese aveva già alle spalle vent’anni di carriera molto eclettica, ma attraversata da un filo rosso inalienabile: la denuncia dei tabù, delle imposizioni di qualsiasi natura che calpestano lo spirito umano, del sogno della libertà divorato da una capacità di scelta spesso apparente. Un argomento che toccò in ogni società, trovando un altro dei suoi vertici ne Il cappotto (1952), tratto dal racconto di Nikolaj Gogol’, ma ambientato nella Pavia degli anni ’30. Tale è l’universalità di una crisi d’identità, come quella di Antonio Badalamenti, in tre scenari: Milano, l’immaginaria Calamo -un misto di Belmonte Mezzagno, Misilmeri e Bagheria- e New York.

A Milano, vive e soprattutto lavora: anni a convertire le vacanze in giornate lavorative, cronometro in mano, un’esistenza governata dalla sirena della fabbrica, per poter godersi, si fa per dire, 15 giorni in Sicilia, dove i numerosi congiunti non conoscono Marta, ancor meno le bimbe. Un viaggio alla fine del mondo, una giornata intera solo per arrivarci, fantozzianamente calcolata sul filo dei secondi. “L’isola del sole e dei ciclopi, cantata da tutti i poeti del mondo!”: dal traghetto, Antonio vede il suo paradiso perduto stagliarsi all’orizzonte. “L’Italia si allontana”, bisbiglia Marta. I Badalamenti continentali sbarcano a Calamo come marziani, travolti dall’isterismo della famiglia, ma anche dalla povertà, la paura, l’alienazione e le strutture feudali che soffocano ogni rapporto umano.

Da allora, però, l’esperienza vitale dei coniugi si svolgerà in maniera del tutto opposta: così come ne La ballata del boia Carmen (Emma Penella) sarà felice di rimanere più tempo del previsto a Palma di Maiorca, mentre José Luis aspetta il suo primo cliente, lo spaesamento e il malessere iniziale di Marta -bellissima, biondissima, bersaglio forestiero tra indifferenza e ostilità aperta- si addolcirà col passare dei giorni grazie allo scenario naturale toccato dagli dèi e a una certa complicità con la cognata Rosalia (Gabriella Conti), per il cui irsutismo troverà una “moderna” soluzione; ottenuto il placet dei suoceri, la donna faciliterà, senza alcuna consapevolezza, la discesa negli inferi di Antonio. Anzi, di Nino, perché l’uomo di successo, settentrionale d’adozione, è ormai cessato di esistere.

I primi giorni passeranno in una transe folklorica, tra carretti, tavolate pantagrueliche e servili incontri con il boss. “Questa visita a don Vincenzo è per me un dovere preciso”. Non può sospettare fino a che punto. Perché il pacchettino custodiva un cuore d’argento, sentenza di morte sotto forma di ex voto a Santa Rosalia: qualcuno “si traviò”, bisogna farlo fuori. Nino verrà sottoposto a un grottesco bagno di “sicilianità”, coppola compresa, fino allo squarcio del velo: lui è la seconda preda designata, incensurato, tiratore impeccabile, oggi a Calamo, domani a New York, dopodomani di nuovo a Milano. Insospettabile, introvabile. Il sogno americano di Nando Mericoni finisce dentro una cassa di legno in un volo intercontinentale. La scusa per sparire? Una battuta di caccia tra amici. Infatti…

Mafioso è la sublimazione del mestiere di Lattuada, un intreccio di generi -commedia nera, neorealismo, tragedia, a tratti horror- al ritmo delle camaleontiche musiche di Piero Piccioni, che mescola note circensi, malinconiche, swing e oscure con la stessa naturalezza con cui il regista mescola prim(issim)i piani, inquadrature dal basso, campi lunghi e totali per trasformare sia i formicai urbani sia i desolati paesaggi isolani in trappole mortali. Una discesa negli inferi con un senso diamantino della tensione narrativa, fatta di antinomie materiali, spaziali e culturali e fotografata da Armando Nannuzzi tra il documentario e il sogno. È quell’Italia del dopoguerra che, come diceva Lattuada, impressionò il mondo “guardandosi allo specchio e fotografandosi come nessuno osa, con le ferite aperte”.

La Sicilia si trasformò nel campo di prova per analizzare le zone d’ombra di un Paese in frenetica trasformazione. I primi anni ’60 furono un susseguirsi di titoli straordinari che ne dissezionarono la realtà sociopolitica, dall’approccio drammatico all’onore e la mascolinità de Il bell’Antonio (1960) –Mauro Bolognini cambiò precisamente l’ambientazione fascista del romanzo di Vitaliano Brancati per il boom– al glorioso tritacarne di costumi targato Pietro Germi: Divorzio all’italiana (1961, Age e Scarpelli ancora al centro di comando) e Sedotta e abbandonata (1964). Per quanto riguarda il terreno specifico della mafia, già esplorato, tra altri registi, dal proprio Germi nel preveggente (e non di rado incompreso) In nome della legge (1949), il 1962 fu un anno di grazia.

Quasi in contemporanea, Valentino Orsini e i fratelli Taviani ricucirono l’impegno politico e l’uccisione del sindacalista Salvatore Carnevale in Un uomo da bruciare Francesco Rosi spogliò la figura di Salvatore Giuliano della mitizzazione melodrammatica di precedenti adattamenti cinematografici come I fuorilegge (Aldo Vergano, 1950) o Morte di un bandito (Giuseppe Amato, 1961), riconoscendo in lui la comunella dell’Italia del secondo Novecento. Con Mafioso, radice dell’albero genealogico narrativo e visuale di pinnacoli come Il padrino -risulta impensabile assistere alla katábasis di Antonio Badalamenti e non rimemorare Michael Corleone- di Francis Ford Coppola (1972-1990) e Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese (1990), Lattuada calò un asso diverso.

Il film non soltanto radicalizza la denuncia dell’onnipotenza dell’occhio malavitoso, in grado di polverizzare tutte le barriere geografiche, ma intavola anche, con una lucidità senza precedenti, la questione più trascendentale del fenomeno, ovvero il potere distruttivo della mentalità mafiosa nella quotidianità, come essa sia capace di avvelenare il tessuto sociale, portando qualsiasi gruppo umano a un conformismo fisico e morale fatale. Lattuada mette in evidenza la perdita dell’identità, il progressivo isolamento dell’individuo, la sua sparizione nelle inerzie della massa. Vite sempre sul punto di essere schiacciate. Uno, nessuno, centomila. Chi sono Antonio e José Luis: il boia, la vittima o entrambi? Ancor di più, siamo tutti assassini potenziali? Anche i nostri avrebbero risposto di no.

Poi quell’assassinio “legalizzato” incrociò le loro vite e il mondo intorno non batté ciglio. José Luis trascinato di peso attraverso il cortile del carcere, Antonio portato come un pupazzo verso la bottega da barbiere per concludere “il piacerino”. “Non lo faccio più!”, grida il primo, mentre sale sul traghetto; “Anch’io ho detto così la prima volta”, risponde Amadeo. Palma di Maiorca si allontana, come si allontana la Sicilia, ma entrambi sono morti nelle isole e ciò che ritorna in terraferma non lo sanno nemmeno loro. “Se tutti fossero come lei, si vivrebbe meglio, glielo dico io!”, il contabile della fabbrica ringrazia Antonio, che gli ha restituito una penna. “Sembra una persona normale: se lo incontro al caffè o al cinema, non me ne accorgo mica che è un boia”, assicurano di José Luis.


Mafioso

Un film di Alberto Lattuada, 1962. Italia, Compagnia Cinematografica Cervi. B/n, 102′.

Soggetto: Bruno Caruso. Sceneggiatura: Age e Scarpelli, Marco Ferreri, Rafael Azcona. Interpreti: Alberto Sordi, Armando Thinè, Carmelo Oliviero, Gabriella Conti, Lilly Bistrattin, Michèle Bally, Norma Bengell, Ugo Attanasio; le bambine: Cinzia Bruno, Katiuscia Piretti. Fotografia: Armando Nannuzzi. Montaggio: Nino Baragli. Scenografia: Carlo Egidi. Musiche: Piero Piccioni. Riconoscimenti: Concha de Oro al miglior film al Festival internazionale di cinema di San Sebastián (1963).

Mafioso prende spunto da due casi reali: il cognome del protagonista è un riferimento a Gaetano Badalamenti e l’assassinio richiama quello di Albert Anastasia nella barberia dell’hotel Park Sheraton di New York, freddato da un sicario sconosciuto il 25 ottobre del 1957. Un decennio dopo, sarà proprio Sordi a dare vita all’innocente fratello del boss in Anastasia mio fratello (Steno, 1973).