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È vero che “ogni film è un genere”? Forse sì, e pochi titoli lo dimostrano come il Gran bollito di Mauro Bolognini (1977). Dopo due decenni di carriera segnata da un raffinato rapporto con la migliore letteratura italiana ottocentesca e novecentesca -da La notte brava a Il bell’Antonio, da La viaccia a Metello-, il regista toscano si mise a tagliare uno dei diamanti più bizzarri e belli del cinema italiano. Una rara avis anche nella sua carriera, non tanto dal punto di vista sostanziale (termine su misura) quanto dal punto di vista formale. Un Bolognini insolitamente sanguigno e feroce impastò, in una ricetta succulenta, ingredienti comici, horror, grotteschi, drammatici e satirici per un racconto vecchio come il mondo: quello della ferocia umana. Così viene indicato all’inizio del film: “[Questa è] la favola dell’umanità che nella Storia si realizza attraverso mostruosi massacri subito dimenticati”.
Come nei suoi Fatti di gente perbene (1974), sul “delitto Murri”, anche in Gran bollito prese spunto da un fatto di cronaca. Un monito: “Il riferimento a persone vissute o ancora viventi è assolutamente inesistente”. Ma, per lo spettatore contemporaneo, c’era poco da camuffare: la musa di Nicola Badalucco e Luciano Vincenzoni era stata la “saponificatrice di Correggio”. Attorno alla vita della celeberrima assassina seriale avellinese, al secolo Leonarda Cianciulli, girano tante mistificazioni, ma anche una schiacciante serie di fatti oggettivi che profilano la psicologia del personaggio. Prima, un’infanzia segnata dalla malattia e la scarsa istruzione in un palcoscenico permeato di magismo e superstizione. Poi, ragazza ribelle, di “facili costumi”, venne travolta dall’onta familiare e sociale quando rifiutò il matrimonio concertato con un cugino e sposò un impiegato del catasto di un altro paese.
Da allora, Leonarda si convinse di essere stata maledetta dalla madre. Le prove? 17 gravidanze, delle quali soltanto quattro portate a termine con la nascita di un bambino sano, grazie -nessun dubbio nemmeno su questo- all’intervento di una maciara. Nel 1930, il terremoto dell’Irpinia volle dare un colpo di spugna al passato. La famiglia emigrò al nord; lui continuò la carriera come funzionario e lei alternava la compravendita di mobili e vesti con servizi di divinazione, che già al sud le erano valse diverse condanne per truffa. A Correggio, invece, era una madre affettuosa, un po’ eccentrica, niente di grave, convinta fascista. Ma, quando la brutta nomea sembrava scongiurata, la Storia architettò un altro colpo di scena: con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il figlio maggiore, studente di Lettere all’università di Milano, rischiava di essere chiamato al fronte. Addio, fedeltà al regime.
La psiche già compromessa di Leonarda scelse tre donne, amiche non più giovanissime e sole, come “capre espiatorie” in cambio della vita del figlio. Organizzò delle serate che richiedevano massima discrezione -in palio, proposte di lavoro, spasimanti altolocati-, le uccise a colpi d’ascia e le fece bollire in un pentolone con soda caustica, usando i resti per confezionare saponette e biscotti al cioccolato, a dir di tutti, deliziosi. Davanti al giudice assicurò che quel sacrificio le era stato suggerito in sogno dalla madre: “Ho ucciso solo per amore”. Nel 1946, dichiarata colpevole di triplice omicidio e furto aggravato -nella sua casa, al terzo piano di via Cavour 11, gli inquirenti trovarono persino la dentiera di una delle vittime- e riconosciuta la seminfermità mentale, venne condannata a trent’anni di reclusione. La saponificatrice morì prima, nel 1970, al manicomio di Pozzuoli, colpita da un ictus.
In Gran bollito, Leonarda diventa Lea (Shelley Winters), 12 figli morti in 15 anni, alcuni in grembo, altri in fasce. Unghie strappate, capelli offerti alla Madonna -rituali tratti dal caso reale-: niente da fare, “era come se la Morte pazziasse con me”. Per mettere fine alla falcidia, ci voleva un patto con Essa. Così, Michele (Antonio Marsina), il tredicesimo, studente di medicina, venne su forte e bello; a lui è attaccata in maniera morbosa: “Me lo tengo per me a costa di bruciare la terra”. Ma la nuova vita al nord, “con l’avanzamento e la licenza per il botteghino del lotto”, comincia male: Rosario, il marito (Mario Scaccia), rimane paralizzato e Michele, innamoratosi di Sandra (Laura Antonelli), professoressa di ginnastica, sta per essere trascinato al macello dai venti bellici. Lea – Giocasta dovrà riempire secchi di sangue per placare la sete della Morte. Qualsiasi sangue, tranne quello del primogenito.
Scartati i nomi di Anna Magnani e Sophia Loren, ad avere la meglio fu Winters, che si cala nei panni di questa mater argentiana -anzi, tutte e tre insieme- strappata al profondo sud con una naturalezza trascinante, in perfetta simbiosi con il doppiaggio di Regina Bianchi. Una delle vette della sua ultima tappa artistica, in un anno dei miracoli che l’aveva portata da L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski a Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli. Tutt’altro che una scelta bizzarra, dunque, non soltanto per la qualità dell’attrice statunitense, ma anche per la sua esperienza come madre cinematografica brillante e istrionica, dalla forza tellurica. Qualche esempio? La bloody mama di Roger Corman ne Il clan dei Baker (1970) e, soprattutto, il dittico di Curtis Harrington: Chi giace nella culla della zia Ruth? e I raptus segreti di Helen (1971). Credenziali di ferro, non c’è che dire.
E, se superba è la Winters, superbe sono anche le tre allegre comari finite nel suo maternale mirino. A dare loro vita sono tre monumenti che perdipiù si sdoppiano: adorabile Max von Sydow, alter ego della premurosa Lisa Carpi, in preda a un delirio mistico (“Ho visto di nuovo il diavolo tentatore, ha un… Adesso mi dici come faccio? Non sono più vergine!”), brioso Renato Pozzetto, ovvero Stella Kraus, vecchia gloria del cabaret (in lei riecheggia con forza la terza vittima della Cianciulli, l’ex soprano Virginia Cacioppo), e un Alberto Lionello stratosferico come Berta Maner, mangiauomini dalle “ovaia infuocate” con in progetto un viaggio in America per ritrovare il marito perduto. Il tutto con un contorno privilegiato, che vede anche un recital delle due signore Fantozzi –Liù Bosisio, vicina zoppa e guardinga, Milena Vukotic, innocente servetta (quasi) muta- e l’avatiana Rita Tushingham.
In questa storia, il Derby milanese sposa il Grand-Guignol parigino anche nelle musiche firmate da Enzo Jannacci, intreccio delle voci di Mina (“Vita vita, che mi dai? Almeno dammi lui”) e Pozzetto – Kraus che intona, tra altri pezzi, La mia morosa la va alla fonte, dalla fantomatica origine rinascimentale, ma in realtà scritta a quattro mani con Dario Fo. Note squisite che, come il tetro motto fischiato, si insinuano nei vicoli e gli appartamenti di una “città del nord”: non si cita Correggio, il film venne girato tra Mantova, Guastalla e Bologna, con qualche scorcio romano. Il regista disegna un’Emilia (ancora) avatiana, onirica e carnale al tempo stesso -magnifica la fotografia cupa di Armando Nannuzzi-, e predilige un ritmo narrativo lento, ma sempre teso, con un uso prezioso di primi e primissimi piani alla Ingmar Bergman -chi, se non lui- per incunearsi nell’anima dei protagonisti.
Bolognini ci da oggi il nostro orrore quotidiano, muovendosi, con la consueta eleganza, in un microcosmo provinciale fatto di invidie e ipocrisia, repressione e desideri insoddisfatti. E non solo: il racconto si snoda ai nostri occhi anche come una riflessione antibellicista, un parallelismo tra follia individuale e follia collettiva che collega Gran bollito con il suo precedente Per le antiche scale (1975); ispirato alla raccolta omonima dello psichiatra Mario Tobino, segue le orme del dottor Bonaccorsi (Marcello Mastroianni), ossessionato dall’idea di isolare il “virus” della pazzia per salvarsi, mentre il mondo fuori le mura del manicomio precipita nell’inferno del secondo conflitto mondiale. Come Lea, che si prodiga per la comunità, mentre in cucina accumula barattoli riempiti con qualcosa di luminescente. Che vogliamo di più? “È un sapone film buonissimo. E poi, fatto in casa, si sa quel che c’è dentro” (semicit.).
Gran bollito
Un film di Mauro Bolognini, 1977. Italia, P.A.C. Colore, 116′.
Soggetto: Luciano Vincenzoni, Nicola Badalucco. Sceneggiatura e dialoghi: Nicola Badalucco. Dialoghi aggiunti: Angelo Dallagiacoma. Interpreti: Adriana Asti, Alberto Lionello, Antonio Marsina, Franco Branciaroli, Laura Antonelli, Liù Bosisio, Maria Monti, Mario Scaccia, Max von Sydow, Milena Vukotic, Renato Pozzetto, Rita Tushingham, Shelley Winters. Fotografia: Armando Nannuzzi. Montaggio: Nino Baragli. Scenografia: Danilo Donati. Musiche e canzoni: Enzo Jannacci, con le voci di Mina e Renato Pozzetto.
“Ci sono sempre nel mondo quelle strade dove ci si può andare tenendosi per la mano?”:























