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“Non c’è italiano senza difetti e lei, Marco, è italianissimo!”. Due lungometraggi di Dino Risi uscirono in sala nel 1964: Il giovedì e Il gaucho. Due opere straordinarie bollate ancora oggi come “Risi minori”, all’ombra del paragone con Il sorpasso (1962) e, in generale, di un periodo filmico dedito a collezionare diamanti di ogni genere: negli stessi mesi videro la luce Sedotta e abbandonata e Matrimonio all’italiana, Per un pugno di dollari e Una pistola per Ringo, assieme a una manciata di appuntamenti imperdibili con Franco e Ciccio, soprattutto quelli diretti da Lucio Fulci (I due evasi di Sing-Sing, 00-2 agenti segretissimi, I due pericoli pubblici). Titoli che fecero saltare in aria il botteghino nazionale, superati soltanto dalla Missione Goldfinger del terzo agente in discordia, 007. Il rischio di perdere qualche prezioso pezzo di carbonio cristallizzato per strada era, dunque, molto alto.
Se le luminose (dis)avventure di Dino Versini (il più bel ruolo di Walter Chiari sul grande schermo), padre separato alle prese con un bimbo brillante e sensibile dopo anni di assenza, non vennero particolarmente apprezzate all’epoca, stessa sorte subirono le (dis)avventure al vetriolo di Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), ufficio stampa tuttofare (“Marco, non cominciare a far caciara! / È il mio mestiere, no? Pablic releishons“) della casa di produzione romana Urbis Film, in viaggio verso Buenos Aires per partecipare a un festival. Ne Il gaucho, Risi ricalca la struttura da road movie de Il sorpasso e Il giovedì, questa volta con una combinazione di aereo, macchina e barca, e con protagonista non una coppia sulla scia di Bruno Cortona – Roberto Mariani e Dino – Robertino, bensì una troupe cinematografica che il soggiorno oltreoceano metterà di fronte alle proprie miserie.
Così, il racconto appare diviso in due parti ben definite: nella prima, il regista milanese spinge l’acceleratore della commedia pura; nella seconda, a partire dall’incontro tra Marco e Stefano (Nino Manfredi), vecchio amico dell’università emigrato in Argentina, squarcia -eccome- il velo del tempio. Al centro, il feticcio Gassman, irresistibile, cinico e incantevole, eterno perdente abituato a vivere di espedienti che affronta il viaggio come l’ennesimo giro della roulette (metaforico e letterale: “La cravatta ce l’ho. Se permette, è l’unica cosa che mi è rimasta. Sto qui a perde l’anima…”) per risollevare una situazione finanziaria e personale comatosa. L’attore reinventa Bruno allo stato brado con una naturalezza trascinante, senza mai perdere il controllo di un personaggio che avrebbe potuto divorare il film. Ben al contrario, il suo tour de force mette in moto un ingranaggio corale perfetto.
Meravigliosa Silvana Pampanini come Luciana Caletti, diva al capolinea che ha avuto “più proposte di matrimonio che mal di testa”, usata per dare lustro a un film nel quale nemmeno partecipa. Tante tinte autobiografiche per uno dei suoi ultimi ruoli, che interpreta con emozione, ironia e grazia supreme. Superbo anche Amedeo Nazzari, l’ingegner Marucchelli, miliardario imprenditore della carne bovina, cicerone solare ed esplosivo -una sorta di Marco vincente- del gruppo, pervaso da una nostalgia malata, da un patriottismo folclorico e cosmetico: “La sa la diagnosi? Complesso della bandiera, psicosi della patria lontana!”. Cartina di Roma in tasca, spaghetti, pizza e mandolino, garofani con il Tricolore e “che famiglia siamo qui a Buenos Aires!”, per poi respingere, con grandissima eleganza, qualsiasi richiesta di aiuto dai “familiari” meno (o mai) baciati dalla fortuna.
Il gaucho ripercorre una tematica, quella dei movimenti migratori italiani, onnipresente nella tradizione filmica del Bel Paese dalla sua fase aurorale -basti pensare a L’emigrante (Febo Mari, 1915) e Dagli Appennini alle Ande (Umberto Paradisi, 1916), di ambientazione argentina- e senza segni di cedimento: coevi del nostro furono La ragazza in vetrina (Luciano Emmer, 1961) e Il diavolo (Gian Luigi Polidoro, 1963). Marchio di fabbrica Risi: niente zucchero, nessun rumore di patriottismo a vuoto, nessuna epopea nella sua dissezione delle due facce del fenomeno, la Fata Morgana di cui parlava Lino Del Fra nel suo documentario sull’emigrazione meridionale. Due integrazioni fallimentari, segnate da solitudine e incomunicabilità, da un rimpatrio agognato, ma ormai impossibile per ragioni opposte: il successo smisurato di Marucchelli, il fallimento assoluto di Stefano.
“È un viaggio d’affari, me ne frego assai del festival. Io vado da Stefano e mi faccio prestare questi due o tre milioni che, per lui, sono niente”, aveva detto Marco prima di salire sull’aereo. La realtà? Dieci anni di lettere piene di bugie e un sogno americano a pezzi. “In Italia c’è il benessere, qui lo dicono tutti i giornali. / Ma quale benessere? A Stefano, tu hai letto i giornali arretrati. In Italia c’è un malessere che te se porta via!”. Il tête-à-tête tra i due amici nel modesto appartamento a “La boca” si piazza di diritto tra le scene più prodigiose della commedia italiana, al ritmo dell’ennesimo miracolo in equilibrio di Manfredi. Un’esplosione di dignità che riecheggerà in Pane e cioccolata (Franco Brusati, 1974). “Non se ne fa niente, Marco, io li conosco questi: hanno sempre l’Italia in bocca, c’hanno anche un core grosso così, ma in fondo dei connazionali come me se vergognano”.
E, siccome Risi non manca un bersaglio, l’altra grande stilettata de Il gaucho sventra il cosiddetto “mondo del cinema”, un microcosmo endogamico in pieno processo di imbarbarimento, condito da premiazioni onanistiche, produttori con amante al seguito, intellettuali-macchietta tra ideologia patologica e fame perpetua (spietato l’alter ego di Pier Paolo Pasolini, sceneggiatore del fantomatico La città morta) e starlets semianalfabete (stupende Maria Grazia Buccella e Anne Gorassini) che cercano di vedere la linea dell’equatore dall’aereo: “Interviste alle ragazze, niente. Foto, bikini, topless, tutto quello che volete, ma parlare è meglio che non parlino”. Una realtà che il regista conosceva bene, già perlustrata nel suo secondo film, Il viale della speranza (1953), e fatta saltare con la dinamite in un altro (benedetto) “Risi minore”: Sono fotogenico (1980).
Il gaucho nacque per caso, quasi un instant movie messo in piedi con quattro soldi e altrettante chiacchiere tra Risi e i suoi sceneggiatori, desiderosi di tornare in Argentina dopo la splendida esperienza de Il sorpasso. Persino Stefano, ispirato a un parente del regista, venne disegnato sul set da Ettore Scola e Manfredi, in tournée con Rugantino. Per questo, il film emana una freschezza inebriante, collocandosi tra le opere più amare e feroci di Risi, che strappa la pelle di un popolo malato di indifferenza, pressappochismo e inaffidabilità. Quelle due facce dell’emigrazione altro non erano che un gioco di specchi per riflettere i tanti segnali d’allarme lanciati dal “miracolo economico”, sistematicamente ignorati dai tanti Marucchelli sparsi per l’italico suolo. Perché sì, “il Colosseo è gagliardo, ma quando uno ha le cambiali che je scadono, che se ne fa del Colosseo? S’attacca…”.
Il gaucho
Un film di Dino Risi, 1964. Italia – Argentina, Fairfilm – Clemente Lococo. B/N, 106′.
Soggetto e sceneggiatura: Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari, Tullio Pinelli. Interpreti: Amedeo Nazzari, Annie Gorassini, Francesco Mulè, Guido Gorgati, Maria Fiore, Maria Grazia Buccella, Nelly Panizza, Nino Manfredi, Norberto Sánchez Calleja, Silvana Pampanini, Umberto D’Orsi, Vittorio Gassman. Fotografia: Alfio Contini. Montaggio: Marcello Malvestiti. Scenografia: Ugo Pericoli. Musiche: Armando Trovajoli, con le voci di Neil Sedaka (Manuela, Lunita) e Los Wawanco (El orangután, Justiniana).
“A te ti hanno battezzato con l’acqua dei ravioli”:























