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Questo 2024 ormai agli sgoccioli è stato il testimone di centenari attoriali d’oro, da Walter Chiari a Riccardo Cucciolla, passati sventuratamente in sordina. Nemmeno i fasti per il divino Marcello hanno soddisfatto le aspettative. Un altro nome da aggiungere alla lista è Brunello Rondi, nato a Tirano, in Lombardia, il 26 novembre del 1924, straordinario intellettuale rimasto, tranne qualche nobile eccezione, ai margini dell’atalante del cinema italiano.

Regista e sceneggiatore, ma anche drammaturgo e saggista, docente e reporter di viaggi, documentarista, critico e poeta, Rondi cominciò a farsi le ossa nelle strade del neorealismo, davanti e dietro la macchina da presa di Roberto Rossellini (il primo, Francesco, giullare di Dio, nel 1950), per poi diventare penna di nomi come Alessandro Blasetti, Mauro Bolognini, Vittorio De Sica o Pasquale Festa Campanile, e soprattutto collaboratore artistico di Federico Fellini. Un sodalizio trentennale, a partire da La strada (1954), durante il quale Rondi divenne capomastro di soggetti e sceneggiature epocali -due esempi a caso: 8½ e La dolce vita, compresa la scena del bagno nella fontana di Trevi-, spesso trascurato dagli studiosi del riminese e, ancor prima, dal proprio regista.
“Fellini era il suo geniale e vampiresco sodale (…). L’episodio più doloroso: chiese a mio padre dei testi per Ginger e Fred (1986). Io stesso gli portai decine di cartelle dattiloscritte che lui usò, ma alla fine non lo citò né tantomeno lo ringraziò nei titoli di testa. Mio padre ci rimase malissimo”.
— Umberto Rondi, “Il lascito culturale di Brunello Rondi” (Avanti! 19 febbraio 2020).
In questo humus privilegiato, il salto alla regia di lungometraggi era questione di tempo. Poco, difatti. Nel 1962, debuttò spalla a spalla con Paolo Heusch -padre di uno dei pochi film italiani sui lupi mannari, Lycanthropus (1961)- in Una vita violenta, tratto dal romanzo omonimo di Pier Paolo Pasolini, collega nella scrittura de La dolce vita. La bomba deflagrò nel “secondo esordio”, quello in solitario sia come regista sia come sceneggiatore, Il demonio (1963). Un’immersione nelle acque profonde del trittico allora fresco di stampa di Ernesto De Martino sugli usi e miti del Meridione -in particolare, il secondo volume, Sud e magia (1959), che sviscera la lotta tra razionalità e magismo-, frutto delle “spedizioni etnologiche” condotte dall’autore in Puglia e Basilicata.
E lì ci porta Rondi, “in Lucania ai giorni nostri”, ovvero all’alba degli anni ‘60, quando il boom signoreggiava in un’Italia che assaporava la modernità facendo finta di non vedere le zone d’ombra “tagliate fuori dal mondo”, nelle parole “del grande mago, del grande guaritore” don Antonio (De Sica) ne Il medico e lo stregone (1957): coltellata geniale e feroce di Mario Monicelli, il film accompagna il medico condotto Francesco Marchetti (Mastroianni) nella sua campagna di vaccinazione antitifica in un paesino dell’entroterra campano dove curano le insolazioni con candele sulla testa e ogni rimedio scientifico dev’essere camuffato “con adeguata veste occulta, che poi sono tutte fesserie… Siete bravo, dottore, ammettiamolo pure, però vi manca il meglio: la divinazione”.
Il demonio, invece, si accomodò tra i sassi di Matera, sulle orme de La lupa verghiana di Alberto Lattuada (1953), laddove Pasolini avrebbe girato Il Vangelo secondo Matteo pochi mesi dopo. Nello stesso periodo, come una tempesta perfetta, anche Lina Wertmüller, aiuto regista in 8½, aveva scelto la Basilicata, terra d’origine del padre, per ambientare I basilischi, “la scoperta di quella parte d’Italia tagliata fuori dalle rotte delle guerre e dalla Storia”. Un mondo isolato, con tempi fisici e morali propri, all’oscuro di qualsiasi svolta razionalista, che Rondi sublima in una fantasmagoria di piani e inquadrature, da impressionanti panoramiche di desolazione a prim(issim)i piani quasi metafisici. Il tutto in un bianco e nero aspro come la terra che si sgretola sotto i piedi di Purif.
Quando il regista ci butta nella narrazione in medias res, piombiamo in un paesino lucano senza nome ed entriamo nella camera da letto della nostra protagonista (Daliah Lavi), che si taglia una ciocca di capelli da mescolare con delle gocce di sangue per fatturare l’amato Antonio (Frank Wolff), sul punto di sposare un’altra donna. Subito capiamo che sta attirando verso di sé l’odio e la paura della famiglia e della comunità, in grado di riconoscere una sola spiegazione per i suoi comportamenti -disturbo ossessivo compulsivo, psicosi- inspiegabili: il soprannaturale, vale a dire, stregoneria e possessione. Vittima dell’ignoranza propria (è convinta di essere una strega) e altrui, Purif nuota in apnea in un mare di magismo imbizzarrito figlio della condizione economico-politica del luogo.
Le fatture della giovane per incatenare Antonio -non bere niente di origini incerte sarà il primo avvertimento che riceverà Carlo Levi al suo arrivo a Eboli- hanno la stessa radice dei riti che scandiscono la vita contadina con falci sotto ai letti matrimoniali, tagli di nodi invisibili prima di entrare in chiesa o campanacci per allontanare la pioggia. Ma vi è una differenza fondamentale: esse non sono validate dalla comunità, gettando lo stigma su un essere umano non più utile all’organizzazione sociale e, da allora, soggetto a pregiudizio, disprezzo, marginalizzazione. Come capro espiatorio che accoglie sopra di sé tutte le situazioni critiche individuali e collettive, il corpo di Purif diventa di dominio pubblico, una bestia da castigare, nascondere, infine sopprimere, se necessario.
Qualsiasi maltrattamento fisico e psicologico è, dunque, giustificato per rifondare l’ordine costituito: la donna verrà frustata, nascosta in un pollaio, presa a sassate, quasi arsa viva da una popolazione atterrita dalla sua sola presenza. E verrà anche sottoposta a un esorcismo, il primo in un film italiano. La camminata a ragno di Purif anticipa di dieci anni L’esorcista, ma Rondi non sguazza negli effetti speciali alla William Friedkin neppure percorre gli eccessi drammatici di Edward Dmytryk nel coevo Cronache di un convento. Ben al contrario, sceglie una via verista dalla potenza narrativa raggelante, radicata nel Rituale Romano del 1614: la chiesa illuminata a lume di candele, l’eco della voce del prete, qualche gemito, movimenti agonici, il terrore che trafigge i volti dei presenti.
Perché, bollato come “film horror”, Il demonio è molto di più. In effetti, il regista gioca con il soprannaturale. Oltre all’esorcismo (Purif reagisce veramente ai sacramentali, al contatto con la croce?), ci chiediamo se ha incontrato in riva al fiume il bambino appena morto in paese o se si comunica con un impiccato, in un’altra raffinatezza tecnica di Rondi, rabbrividente quanto l’esorcismo: dopo un campo lunghissimo sul convento, si avvicina alla protagonista mentre attraversa ferita il labirinto di filo spinato attorno all’albero. Tuttavia, questo afflato fantastico viene trattato con onestà intellettuale, senza inficiare la sua preziosa sintesi estetica e antropologica del documentarismo del periodo. Non a caso, Luigi Di Gianni citava Il demonio come il miglior film girato a Matera.
Lavi si calò nei panni di Purif dopo le riprese de La frusta e il corpo (Mario Bava, 1963), sceneggiato da Ugo Guerra e Luciano Martino, produttori de Il demonio; di nuovo, una storia di crolli emozionali e possessione, ma in un palcoscenico gotico. Nel lungometraggio di Rondi, al contrario, prende il sopravvento l’orrore del quotidiano, dell’arretratezza sociale, intellettuale, economica. La ragione non c’è, come non c’è lo Stato: “Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”, sentenzia Levi. E la Chiesa, la forma istituzionale più forte -il prete e le suore saranno gli unici a tentare di proteggerla- soccombe rovinosamente (la famiglia darà carta bianca al torbido santone) nella ragnatela di paganesimo barbaro.
L’attrice ventenne affrontò con soverchiante maturità questo tour de force fisico ed emozionale sul femminile ancestrale: “Un cavallo imbizzarrito sarei capace di fare inginocchiare con la forza del dito mignolo”, assicura Adela ne La casa di Bernarda Alba, che Federico García Lorca aveva finito nel giugno del 1936, poche settimane prima del suo assassinio. Una strage degli innocenti di cui fa parte, a modo suo, anche Antonio, giudice e vittima nella morsa tra il desiderio personale e l’occhio divino di una comunità autoregolamentata su ritualità ataviche per garantire la sopravvivenza. Curiosamente, Wolff abbracciò il ruolo fresco del suo esordio italiano in un altro spaccato imprescindibile del Sud, ancora circondato da attori non professionisti: Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962).
Non ci sono dubbi: l demonio è una rara avis affascinante e perturbante del nostro cinema, summa della formazione fuori dal comune di Rondi. Da questa storia sgorgano il neorealismo rosselliniano che coglie la vita sul fatto, l’ispirazione felliniana, tra onirismo ed esplorazione degli arcani della psiche, e anche quella poesia tellurica pasoliniana che strappa a morsi l’umanità dai corpi. Film commovente, crudele, agghiacciante, vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1963, ma venne sdegnato in patria in maniera incomprensibile. O forse no. È un mistero perché Il demonio sia ancora oggi una sorta di titolo oscuro nella storia del cinema italiano. Ciò che non è un mistero è perché possiamo annoverarlo senza paura tra i film più eccentrici e dannatamente belli mai girati.
Il demonio
Un film di Brunello Rondi, 1963. Italia-Francia, Titanus-Vox Film-Les Films Marceau Cocinor. B/N, 95′.
Soggetto: Brunello Rondi. Sceneggiatura: Brunello Rondi, Luciano Martino, Ugo Guerra. Interpreti: Anna Maria Aveta, Daliah Lavi, Dario Dolci, Franca Mazzoni, Frank Wolff, Maria Teresa Orsini, Rossana Rovere, Tiziana Casetti. Fotografia: Carlo Bellero. Montaggio: Mario Serandrei. Scenografia: Andrea Fantacci. Musiche: Piero Piccioni.
Sud e magia (II): NON SI SEVIZIA UN PAPERINO
Un decennio dopo, la macchina da presa di sua maestà Lucio Fulci si addentrò in un altro paesino della Basilicata con il nome fittizio di Accendura in Non si sevizia un paperino. In corso, una nuova “strage degli innocenti”. [Prossimamente]
“Abbi fede e dammi mille lire”:



















