Western non se ne fanno più, pe’ l’artri film non me vonno… Dice che sono troppo legato al personaggio. Mannaggia a Sartana, sto fijo de ‘na p…

L’autore del, ehm, poema (da leggere con la voce di Ferruccio Amendola) è Romolo Moretti, protagonista di Stanza 17-17, palazzo delle tasse, ufficio imposte (Michele Lupo, 1971): caduto dagli sgoccioli del grande spaghetto alla pubblicità di materassi Permaflex, il tenerissimo personaggio interpretato da Philippe Leroy rende omaggio all’eroe più fico del western nostrano. “ARRIVA SARTANA, LI MORTACCI…!”.

Gianni Garko in … Se incontri Sartana, prega per la tua morte. Gianfranco Parolini, 1968.

Sartana arrivò, appunto, nel 1968, quando la gloriosa stagione del western all’italiana era in ebollizione. Dopo il “tana libera tutti” di Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964), (super)(anti)eroi infallibili e affascinanti cominciarono a cavalcare indisturbati sugli schermi patri e non. Ringo, Django, Sabata e il proprio Sartana videro i loro nomi moltiplicarsi fino allo sfinimento nei titoli di prodotti filmici di svariata caratura, compresi quelli del povero Moretti, che pescavano nelle acque turbolente dei diritti d’autore per fare leva -e qualche soldino- sulla popolarità delle saghe, anche se spesso non avevano niente a che vedere con esse.

Nel caso del nostro beniamino, la differenziazione tra vangeli canonici e apocrifi lascia, però, poco spazio ai dubbi, grazie alla lungimiranza del suo legittimo proprietario, Gianni Garko, che gli diede vita in quattro dei cinque film ufficiali e, parte attiva nel processo di creazione del personaggio, ebbe l’accortezza di proteggerlo legalmente. Ma, prima di passare in rassegna la pentalogia “sartaniana”, torniamo un attimo indietro perché, sebbene abbiamo parlato del 1968, in verità dobbiamo retrodatare di due anni l’esordio di Sartana sul grande schermo, vale a dire, fino all’uscita in sala di 1000 dollari sul nero (Alberto Cardone, 1966).

1000 dollari sul nero. Alberto Cardone, 1966.

E galeotto fu il fotografo Pietro Pascuttini, autore di una manciata di scatti ritraenti Garko “con un plaid indossato come un poncho, grazie ai quali mi chiamarono per interpretare 1000 dollari sul nero. Nel suo primo western, l’attore, accreditato come John Garko, che aveva già mostrato versatilità e garbo agli ordini di registi del calibro di Gillo Pontecorvo, Luciano Salce e Luigi Comencini, per citarne solo alcuni, e sul palcoscenico sotto l’egida di Giorgio Strehler, si calò nei panni del “general Sartana”, ladro, stupratore e assassino, capo di una banda di fuorilegge che controlla con pugno di ferro una città al confine con il Messico.

Garko gioca sul contrasto tra il viso angelico e gli abissi scuri della condizione umana e disegna un pazzoide ipnotico, fusione dell’Indio Volontè e il gobbo Kinski di Per qualche dollaro in più (Leone, 1965). Con buona pace del buono di turno (Anthony Steffen), l’antagonista divenne l’anima di questa storia di condanne ingiuste e vendette familiari che sfrutta con ritmo e violenza tutti i topoi del genere, sostando a metà strada tra la tragedia greca e il dramma shakespeariano, con quegli echi biblici – psicoanalitici alla Caino e Abele già sbozzati da Fernando Di Leo ne Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro (Lucio Fulci, 1966).

… Se incontri Sartana, prega per la tua morte. Gianfranco Parolini, 1968.

Il personaggio diventò talmente popolare che il nome di Garko compariva sotto il titolo e in Germania, poche sottigliezze, il film venne chiamato Der Sartana. Si trattò, dunque, di una prima apparizione puramente nominale -il “general” non ha punti di contatto né etici né estetici con il futuro Sartana-, ma in grado di spalancare le porte alla serie destinata a dare una sterzata di ironia, estravaganza e irriverenza al western all’italiana. Prima fermata: … Se incontri Sartana, prega per la tua morte (Gianfranco Parolini, 1968), set sul quale sbarcò l’attore fresco di riprese con Di Leo (Rose rosse per il Führer, 1968) e con uno zero in più sul contratto.

Nella doppia veste di regista e sceneggiatore, Parolini mise in piedi quella che probabilmente sia l’opera più bella della sua carriera e, affiancato dal protagonista -che, con il beneplacito del produttore Aldo Addobbati, richiese anche la collaborazione di Renato Izzo e Franco Bucceri-, ridisegnò completamente e felicemente il personaggio. Mantello nero, cravatta rossa, cavallo bianco: il nuovo, il vero Sartana è “un elegantone”, come scherza Garko, non un cowboy, ma un gambler, giocatore abilissimo con le carte, con la Derringer a quattro canne e con ogni sorta di trucchi, sempre più raffinati con l’avanzare degli episodi.

“Mi allenai a estrarre la Derringer dalla manica a sorpresa, senza trucchi. Inoltre, Parolini portò il personaggio su un piano più fantastico, quello dei supereroi, o di un prestigiatore con il mantello come Mandrake”. Un dandy del West, misterioso, carismatico, senza passato, dotato di un’intelligenza acuta e impeccabile come nessun altro, quasi una rappresentazione simbolica della giustizia là dove sfumano i confini fisici e morali; nel turbolento 1968, Sartana diventa “come il paladino Orlando, sana i torti e colpisce i prepotenti: il banchiere imbroglione, lo sceriffo corrotto, il capo azienda schiavista”.

Sono Sartana, il vostro becchino. Giuliano Carnimeo, 1969.

Orlando, Mandrake e anche James Bond, Sherlock Holmes e un becchino extralusso. Una rivoluzione con tutto il sapore della vecchia scuola. La prima avventura combina una trama canonica -uno straniero, Sartana, si infiltra nella faida tra bande rivali e banchieri sporchi per spingerli a sterminarsi a vicenda- con un’avvincente cifra stilistica fumettistica -sulla scia, più contenuta, di Yankee (Tinto Brass, 1966)-, e getta le fondamenta della serie: storie dall’aura gialla, intricate al punto giusto, ironiche, violente, mai esplicite, ricch(issim)e di colpi di scena e condite da bell(issim)e fotografie e colonne sonore, in quest’occasione, a cura di Sandro Mancori e Piero Piccioni.

Perfetto cattivo, perfetto (super)(anti)eroe, Garko fa suo il personaggio con un charme sconfinato, doppiato da Adalberto Maria Merli e affiancato da una folta schiera di volti del genere, molti dei quali riappariranno in altri episodi, da William Berger a Fernando Sancho, da Franco Pesce a Sal Borghese, con tanto di breve, ma micidiale (due indizi: spuma da barba e bare) partecipazione di Klaus Kinski. … Se incontri Sartana, prega per la tua morte uscì in sala a ridosso di Ferragosto e fece saltare in aria il botteghino, al punto che ne venne subito annunciato il seguito. E, a braccetto con il successo, arrivarono delle novità.

C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara! Giuliano Carnimeo, 1970.

A causa di alcuni screzi con la produzione, Parolini volse gli occhi verso un altro “nerovestito” (il Sabata di Lee Van Cleef) e Giuliano Carnimeo raccolse il testimone registico per il resto della serie. La seconda puntata, Sono Sartana, il vostro becchino (1969), è la detective story più pura, con un protagonista -ecco il tocco di Parolini e di Tito Carpi alla penna- più umano: un uomo in divisa sartaniana compie una rapina a una banca e il nostro, con una sostanziosa taglia sulla testa e un esercito di cacciatori di taglie alle calcagna, avvia delle indagini per pulire il suo nome che lo portano nella Las Vegas ante litteram gestita da Baxter Red (Ettore Manni).

Un episodio delizioso, in cui i soliti noti (Borgese, Torres, Pesce, Gordon Mitchell) circondano una triade di lusso: all’intesa Garko-Kinski -il polacco gode di molti più minuti in scena nei panni di Hot Dead, bounty killer perseguitato dal demone del giuoco, nonché da una sfiga epocale- si aggiunge un irresistibile Frank Wolff come Buddy Ben, ladruncolo istrionico e Watson su misura per Sartana Holmes; il film segnò il rincontro del californiano con Kinski, dopo gli scontri sul set de Il grande silenzio (Sergio Corbucci, 1968), e il suo primo duetto con Garko, poi riproposto da Enzo G. Castellari ne Gli occhi freddi della paura (1971).

Sono Sartana, il vostro becchino vanta una regia dinamica (dall’uso della camera a mano a una collezione di inquadrature che scopiazzano Leone e Corbucci), un dosaggio particolarmente abile di violenza e ironia, una stupenda concatenazione di coup de théâtre finali e, come di consueto, fotografia (Giovanni Bergamini) e musiche (Vasili Kojucharov) di grande classe. La definitiva codificazione di Sartana significò anche una pausa per Garko: impegnato su numerosi fronti artistici, diede il placet al collega e amico George Hilton per sostituirlo nel terzo appuntamento, C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara! (1970).

Buon funerale, amigos!… paga Sartana. Giuliano Carnimeo, 1970.

L’operazione Hilton era rischiosa, ma i produttori non erano disposti a fermare un ingranaggio così ben oliato e l’esito del film fu molto soddisfacente. Un’improvvisa lezione sull’importanza del mestiere perché sia l’attore uruguaiano -volto iconico degli universi western e giallo- che il regista seppero adattarsi alle peculiarità estetiche ed economiche del progetto, evitando imitazioni e smanie d’azione. Questo Sartana, già con la voce di Sergio Graziani, si presenta come “un eroe più romantico”, come lo definiva Hilton, per l’occasione travestito da messicano con l’obiettivo di scoprire cosa si cela dietro la sostituzione di un carico d’oro con tonnellate di sabbia.

Sceneggiatura classica, curata caratterizzazione dei personaggi -spiccano il primo contraltare femminile con peso drammatico proprio (Erika Blanc) e un curioso testa a testa tra Sartana e un “biancovestito” Sabata (Charles Southwood, a fianco di Hilton nel primo Alleluja)-, regia ordinata, montaggio molto efficace (Ornella Micheli, presente in tre dei cinque film della serie) e fotografia avvolgente di Stelvio Massi. Il tutto, sulle note di Francesco Di Masi, per fare del “Sartana-meno-Sartana” un western brillante, rispettoso della pesante eredità ricevuta, estremamente godibile e divertente. Il che non è dire poco.

Una nuvola di polvere… un grido di morte… arriva Sartana. Giuliano Carnimeo, 1970.

Dopo il temporaneo passaggio di consegne, Sartana tornò dal suo Gianni per gli ultimi due titoli, anch’essi figli del prolifico 1970. In Buon funerale, amigos!… paga Sartana, il protagonista, testimone di un brutale omicidio, si ritrova nel mezzo di una disputa per una miniera d’oro tra due loschi potenti della zona: il padrone del casinò (George Wang) e il banchiere (António Vilar). Nell’appuntamento finale, Una nuvola di polvere… un grido di morte… arriva Sartana, ad accompagnare l’eroe, intento a far evadere dal carcere il biscazziere Grand Full per scoprire dove ha nascosto un bottino milionario, sono Massimo Serato, Nieves Navarro e Piero Lulli.

Garko baffuto in forma smagliante e Carnimeo sempre più padrone delle scene d’azione sfornano due genuine storie sartaniane, dal ritmo magnifico, baciate dalle musiche -trombe e chitarre elettriche- di Bruno Nicolai, che mescolano argomenti seriosi, tra cui l’urgenza della rivoluzione, con strabilianti sprazzi surrealisti (qualcuno ha detto organo-cannone?). Sì, le saghe di solito finiscono per esaurirsi, ma Sartana mantiene un livello eccelso fino all’ultimo minuto. Letteralmente. Perché se Ulisse, come sosteneva Luciano De Crescenzo, era “il più umano e astuto, il più fico degli eroi greci”, il 14 agosto 1968 nacque il più umano e astuto, il più fico degli eroi del West.