Luca Peretti (George Hilton) collega la morte di un investigatore assicurativo con il rapimento e assassinio della piccola Stefania Moroni, un brutale caso di cronaca rimasto irrisolto che minaccia di risvegliarsi e rialzare la posta di sangue in gioco se l’ispettore non ferma le sue indagini.
George Hilton in Mio caro assassino. Tonino Valerii, 1972.

Un maestro dimenticato

Correva l’anno 1972 quando Tonino Valerii abbandonò momentaneamente il western, dove aveva già disseminato una manciata di titoli di tutto rispetto -in testa, lo straordinario I giorni dell’ira (1967)-, per fare l’unica trasvolata gialla della sua carriera. E, come Giulio Cesare a Zela, avrebbe potuto intonare un sonoro Veni, vidi, vici perché Mio caro assassino è una delle opere più eleganti, intelligenti, originali e feroci del filone. Un capolavoro che ancora oggi dorme tra gli scaffali del nostro glorioso magazzino giallo. Figlio del suo tempo, il film batte i sentieri classici, dalle lezioni di un pioniere chiamato Mario BavaLa ragazza che sapeva troppo (1963), Sei donne per l’assassino (1964)- alla rivoluzione “argentiana” appena esplosa con la “trilogia degli animali”.

Ma Valerii tutto fa, tranne che mettere su pellicola un semplice esercizio di imitazione. Il regista abruzzese sfrutta alcuni dei topoi più riconoscibili del genere -non mancano guanti e impermeabili neri, telefonate minatorie, lame che rifulgono nel buio- in maniera eccezionale, ma dando un giro di vite alla storia. Un meccanismo a orologeria, a cominciare dalla potente sceneggiatura firmata da Roberto Leoni e Franco Bucceri con la collaborazione del regista e, in virtù della coproduzione ispano-italiana, di José Gutiérrez Maesso; penna storica del western, fu uno dei padri di Django (Sergio Corbucci, 1966), al quale rende un simpatico omaggio: la scena della fustigazione di María (Loredana Nusciak) passa in TV prima del momento più sanguinoso del film.

Un intreccio complesso al punto giusto, l’indagine su un’indagine che trova proprio in questa minuziosa attenzione allo sviluppo delle investigazioni, al contrario di tanti altri gialli, uno dei suoi punti di forza più autentici: basti pensare alla geniale scena dell’omicidio mascherato da suicidio. Via, dunque, il caso, via qualsiasi deus ex machina: uno dietro l’altro, nelle mani di Peretti si accumulano i fili della ragnatela che deve ritessere, in una storia che avanza verso il puro deduttivo whodunit, chi l’ha fatto?, attraverso affascinanti colpi di scena, mentre l’ispettore nuota tra cause ed effetti in mezzo a un fiume di sangue che straripa quando comincia a percorrere la strada giusta: “L’assassino vuole cancellare ogni traccia e, siccome non sa quale, fa piazza pulita…”.

Baffi, cotone e un sacco di talento

George Hilton annoverava Luca Peretti tra i suoi migliori ruoli e le ragioni di questa predilezione sono evidenti. Dopo il furore western degli anni ’60 (“Non ce la facevo più, tornavo a casa stanco morto e ammaccato! Volevo cambiare aria”), l’attore aveva cominciato a farsi le ossa nel giallo con l’avvento del nuovo decennio: quando cominciarono le riprese, era già iniziata la sua succulenta intesa con Sergio Martino ne Lo strano vizio della signora Wardh (1971) e, pochi mesi dopo, sarebbe arrivato Tutti i colori del buio (1972). Grazie al produttore Manolo Bolognini (“Mi fece un contratto per due film: Mio caro assassino e I due volti della paura”), ottenne il ruolo da protagonista assoluto, in sostituzione di Giancarlo Giannini, e realizzò un lavoro ineccepibile.

Con un bel paio di baffi e persino “due pezzettini di cotone infilati nel naso” per cambiare leggermente fisionomia, l’attore uruguaiano trasuda classe, misura, fascino e verità nei panni di questo investigatore sagace e caparbio, “un uomo normale, dopo le esuberanze dei western, un perdente”, in equilibrio precario tra vita professionale e personale, torturato da un caso che sta mettendo in mostra gli angoli più bui dell’anima umana. La beltà del cast, però, non finisce qui: intorno a lui orbita un sottobosco umano non soltanto mirabilmente scritto, ma anche interpretato da nomi di culto che vanno da Manolo Zarzo e Salvo Randone, poliziotto di “petriana” memoria, a William Berger, Patty Shepard, Dante Maggio o Lola Gaos, tra testimoni e sospettati.

Il mestiere del cinema

Mio caro assassino è un compendio del meglio di Casa Valerii anche per quanto riguarda la parte più strettamente tecnica, con una regia eccellente, molto equilibrata, che costella il film di raffinate inquadrature e piani sequenza di grande bellezza. L’allestimento degli assassinii, dove si percepisce l’influenza del primo Argento, è brillante, come si evince dalla scena iniziale, in cui l’investigatore assicurativo viene decapitato (lo stuntman era Remo De Angelis, con una goletta di ferro attorno al collo) da una ruspa. Pochi fronzoli: Mio caro assassino presenta le sue credenziali in maniera folgorante, ma la verità è che le derivazioni splatter sono poche, oltre alla testa mozzata, un omicidio con una sega circolare perfettamente inscenato, con tanto di soggettiva dell’assassino.

Scosse sanguinose molto ben dosate all’interno di un flusso costante di tensione che attanaglia lo spettatore e non lo lascia andare via, complice il montaggio curato dalla mano destra di Argento, nonché una delle chiavi indiscusse del successo del maestro, Franco Fraticelli: un esempio fra tanti, la potenza estetica e narrativa del ballo di flashback sul rapimento e prigionia della bambina. A coronare il tutto, la fotografia in avvolgenti toni saturi di Manuel Rojas, il quale, da lì a pochi anni, avrebbe illuminato altre due fiori all’occhiello della sua carriera: il monumentale El crack (1981), ispirato agli scritti di Dashiell Hammett, e Volver a empezar (1982), primo film a vincere la statuetta dorata per la Spagna, entrambi diretti da José Luis Garci.

Mostri in carne e ossa

“Quale sentimento può spingere a un delitto come questo?”. In Mio caro assassino non ci sono fantasmi. Anzi, ce n’è uno, Stefania (Lara Wendel), rievocata dalla ninna nanna di Ennio Morricone, sorella delle note de L’uccello dalle piume di cristallo. Una presenza assente che stringe una corda intorno al collo dei protagonisti, fino a sfociare in un finale perfetto: l’ispettore Peretti scioglie i nodi del caso in un lungo discorso da brividi (qui l’intesa tra il physique du rôle di Hilton e la voce di Pino Locchi raggiunge picchi di sfacciata bellezza) davanti a tutti i sospettati. “Tonino cambiò il finale e mi diede il monologo definitivo mezz’ora prima di cominciare a girare”, ricordava George, “per fortuna, avevo una memoria incredibile, ma in quel momento l’avrei ammazzato!”.

Il film di Valerii si accomoda, pertanto, in una preziosa via di mezzo tra il miglior thriller italiano -anticipandone alcune felici intuizioni, come il disegno infantile pregno di indizi, poi riletto in Profondo rosso (1975)- e il giallo deduttivo all’inglese, sulla scia di Agatha Christie e la sua creatura Hercule Poirot e anche di un altro irresistibile collega di oltreoceano, Ellery Queen. Mio caro assassino, uscito in sala a febbraio, fu il primo titolo di una sorta di trilogia ideale che, quell’anno, decise di affondare il coltello nella dicotomia purezza / perversione. E non è un caso che si tratti di tre delle opere più ammalianti della stagione: a maggio, arrivò il turno di Chi l’ha vista morire?, secondo lungometraggio di Aldo Lado, e, a settembre, Non si sevizia un paperino.

Senza toccare gli estremi di Lucio Fulci, anche Valerii scelse un’ambientazione rurale -o, almeno, marcatamente extraurbana- che, come la maciara, scava la terra a mani nude per cercare le radici telluriche del male. Di quello vero, di quello puro. No, in questa storia sobria e amara, malinconica e brutale, non ci sono fantasmi, nemmeno traumi o stravaganze. Non ci sono strizzate d’occhio soprannaturali né altre arrampicate sugli specchi pur di incastrare le tessere nel posto giusto. L’unico specchio ha una luminosa valenza materiale e simbolica in un’atmosfera asfissiante di morbosità, gelosie e vendette. Un dramma privato solo in apparenza, con devastanti effetti di necrosi sociale. Perché forse, per azione o per omissione, nessuno è completamente innocente.


Mio caro assassino

Un film di Tonino Valerii, 1972. Italia – Spagna, B.R.C. Produzione Film, Kramot Cinematográfica – Tecisa. Colore, 100′.

Soggetto: Franco Bucceri, Roberto Leoni. Sceneggiatura: Franco Bucceri, José Gutiérrez Maesso, Roberto Leoni, Tonino Valerii. Interpreti: Alfredo Mayo, Corrado Gaipa, Dante Maggio, George Hilton, Helga Liné, Lara Wendel, Lola Gaos, Manolo Zarzo, Marilù Tolo, Monica Randall, Patty Shepard, Piero Lulli, Salvo Randone, Sofia Dionisio, Tullio Valli, William Berger. Montaggio: Franco Fraticelli. Fotografia: Manuel Rojas. Scenografia: Claudio Cinini, Francisco Canet. Musiche: Ennio Morricone.

Dichiarazioni di George Hilton tratte da: Copetes Filmoteca – George Hilton, “Mi querido asesino” (2018).