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Come tutti gli anni, i quattro figli di Trieste e Saverio si recano in Abruzzo con i rispettivi congiunti al seguito per festeggiare il Natale in famiglia. Ad attenderli in quel di Sulmona, dove sono nati e cresciuti, gli inalienabili dell’orologio festivo: dai pettegolezzi al capitone, dal cenone alla tombolata, dalla Messa di Natale allo scambio di regali che esaudiscono sogni (mica tanto), dal pranzo del 25…
Ecco, qui la storia di tutti gli anni cambia tragicamente perché una bomba ad orologeria cade in mezzo al tavolo imbandito proprio durante il pranzo del 25 dicembre: ancora arzilli, ma non immuni ai morsi del tempo, i genitori hanno deciso di passare gli ultimi anni di vita, chissà quanti, in casa di uno di loro. Ovviamente, a lui o a lei spetterà una parte della pensioncina e la casa. Ovviamente, “decidete voi”.
Con Un borghese piccolo piccolo (1977), Mario Monicelli aveva fatto calare il sipario della commedia italiana. In effetti, mancava ancora qualche straordinario colpo di coda, ma l’adamantino tour de force di Alberto Sordi nei panni di Giovanni Vivaldi -monsù Travet che, dopo trent’anni accodandosi ai malcostumi del sistema, viene assalito dall’idea di farsi giustizia da sé quando il suo unico figlio muore in uno scontro a fuoco tra la polizia e una banda di rapinatori- sancì la perdita della speranza in un Paese sotto i torchi di una radicale trasformazione, segnato dal piombo, dalla corruzione istituzionale e da un tessuto sociale sempre più meschino, classista e prepotente.
Picchi di cattiveria e disincanto simili il maestro li raggiunse solo in Parenti serpenti (1992), creando un dittico di crimini borghesi apparentemente perfetti, tra i più feroci del cinema nostrano. Se il primo affondava le radici nel romanzo d’esordio di Vincenzo Cerami, il secondo nacque dal soggetto di un giovane aiuto regista di Cinecittà, Carmine Amoroso, che l’aveva ambientato a Lanciano, nella casa cantoniera dei nonni. A tirare fuori la palla di vetro fu il produttore Luigi De Laurentiis: ci voleva un tale Monicelli, il quale, appunto, s’interessò subito al progetto e la sceneggiatura prese forma definitiva grazie alla collaborazione di Suso Cecchi D’Amico e Piero De Bernardi.
Dopo vari sopralluoghi, il regista traslocò la storia cento chilometri più in là e allestì il suo palcoscenico nella sobria bellezza di Sulmona, anche se non mancano gli omaggi a Lanciano, dalla processione della “Squilla” ai tanti cognomi lancianesi. Sui titoli di testa, la cinepresa naviga per le strade e i negozietti sovraffollati del paese, mentre la voce fuori campo -il nipote Mauro (Riccardo Scontrini)- si diverte a descrivere le creature autoctone e le loro relazioni pericolose con la precisione di un entomologo. Ma Monicelli abbandona presto le velleità da flâneur per chiudere in trappola i topolini: il bar, la chiesa, il ristorante la notte del 31 e, soprattutto, la dimora familiare.
Lì si svolge la maggior parte di questo particolare kammerspiel abruzzese, tra mura che si restringono con l’avanzare dei giorni e l’accatastarsi delle bugie. Parola d’ordine: claustrofobia. Perché qui nessuno è innocente. A dare vita (e morte) al nostro gruppo di famiglia in un interno, una squadra di interpreti esperimentati, priva -decisione vincente di Monicelli- di nomi grandiloquenti. Il risultato è una coralità perfetta (in testa, oltre ai nonni di Pia Velsi e Paolo Panelli, la triade d’oro Cinzia Leone, Alessandro Haber, Marina Confalone), una naturalezza irresistibile per un film che oggi ha meritatamente recuperato la corona di allori negata dalla tiepida uscita in sala nella Pasqua del 1992.
Come Un borghese piccolo, piccolo, anche Parenti serpenti sembra seguire i binari della commedia per poi cadere nelle braccia di una tragedia -l’assassinio di Mario, l’annuncio dei genitori- chiamata a trasformare per sempre la vita dei protagonisti. E, come nel primo caso, anche qui le apparenze ingannano, eccome. La violenza fisica e verbale che esplode nella seconda parte del film altro non è, come diceva Monicelli a proposito del borghese sordiano, che “uno sviluppo naturale” di quanto visto all’inizio, nel nostro caso, nei primi giorni di finta euforia e qualunquismo. Entrambe le parti sono però ugualmente cariche di brutalità, “la seconda è semplicemente più esplicita”.
Dal vaso di Pandora scoperchiato da Trieste prima del pranzo di Natale usciranno gelosie, invidie malcelate, frustrazioni, egoismi e tradimenti tenuti a bada soltanto dalla lontananza il resto dell’anno. Parenti serpenti è La parola ai giurati senza processo, Natale in casa Cupiello senza enteroclisma da dietro, Italia: ultimo atto? senza punto interrogativo, dove il primo ministro sono l’anziana coppia depositaria di un mondo in via di estinzione. Ma se Sordi saliva in cima alle macerie in cerca di giustizia, giusta o sbagliata, per suo figlio, adesso sono i figli quelli disposti a far saltare in aria la propria famiglia pur di mantenere la loro assoluta mediocrità lavorativa e personale.
Alla lettera: l’arma del delitto prevista da Amoroso, un calice avvelenato, eco dello scandalo del vino al metanolo del 1986, diventò, sempre cortesia della cronaca nera del periodo, una delle tante stufette difettose che finivano in apertura del telegiornale. Sarà proprio la televisione, unica colonna sonora di questa storia, modellatrice dell’immaginario culturale popolare in rovinosa caduta libera, a suggerire la soluzione finale ai nostri minuscoli borghesi volgari, cinici e ipocriti -la scoperta dell’omosessualità di Alfredo entra di diritto tra le scene più gloriose del cinema monicelliano-, crollati sotto il peso di un familismo soffocante e di un conformismo sociale nauseante.
Ai figli, insomma, non soltanto di Trieste e Saverio, ma anche di un Paese in stato terminale politicamente e sociologicamente, che sarebbe morto di lì a poco con l’esplosione, un’altra, di Tangentopoli. Occhio hattivo, lucidità dolente, causticità geniale: Parenti serpenti è l’ultimo grandissimo Monicelli. “Il mio film è una farsa, un genere meraviglioso, molto difficile perché, pur non essendo realistica, c’è sempre una verità che va a fondo”. Come diceva un altro signore che di natura umana se ne intendeva, “l’italiano medio riconosce l’altro in Fantozzi, non sé stesso. Nessuno mi dice la verità: Villaggio, Fantozzi sono io”. Perché la verità si chiama Mario e fa il vigilantes.
Parenti serpenti
Un film di Mario Monicelli, 1992. Italia, Clemi Cinematografica. Colore, 106′.
Soggetto: Carmine Amoroso. Sceneggiatura: Carmine Amoroso, con la partecipazione di Mario Monicelli, Piero De Bernardi e Suso Cecchi D’Amico. Interpreti: Alessandro Haber, Alfredo Cohen, Cinzia Leone, Eleonora Alberti, Eugenio Masciari, Marina Confalone, Monica Scattini, Paolo Panelli, Pia Velsi, Renato Cecchetto, Riccardo Scontrini, Tommaso Bianco. Fotografia: Franco Di Giacomo. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Scenografia: Franco Velchi. Musiche: gruppo musicale Rudy De Cesaris; la canzone “Vivere” (C. A. Bixio) è interpretata da Enzo Jannacci.
“Gli altri non esistono!”:



















