Giorgio Scerbanenco (1911-1969) fu una delle più belle rivoluzioni letterarie del Novecento italiano, quella che pose le fondamenta del noir contemporaneo e conficcò gli stilemi del genere nella realtà nazionale, scegliendo Milano, la sua Milano, come teatro privilegiato delle storie, una città strappata a morsi dalla cronaca nera, alle prese con le contraddizioni del boom economico e simbolo della mutazione socioculturale che attraversava il Paese.

La precisione chirurgica e la potenza evocativa della penna di Scerbanenco si rivelò un materiale eccezionale anche dal punto di vista della settima arte, per di più quando nell’aria si annusava la grande esplosione sia del poliziesco all’italiana sia del giallo, e diede origine a due famiglie di adattamenti cinematografici: quelli che presero spunto dai racconti della raccolta Milano calibro 9 e quelli ispirati ai romanzi del medico investigatore Duca Lamberti.

Gill Bray e Gabriele Tinti ne La morte risale a ieri sera. Duccio Tessari, 1970.

Scerbanenco aveva pubblicato Sei giorni di preavviso -il suo primo romanzo noir, nonché il primo di sette appuntamenti con l’archivista della polizia di Boston Arthur Jelling– nel 1940, ma a impulsare la sua salita alla ribalta, dopo quasi trenta gloriosi anni curvo su una Olivetti, fu Lamberti: medico radiato dall’albo e condannato a tre anni di carcere per aver aiutato a morire una paziente in stato terminale, diventa consulente dell’ispettore Carrua, amico ed ex collega di suo padre, nella questura di via Fatebenefratelli, spalla a spalla con l’agente Mascaranti e affiancato dalla compagna, Livia Usaro. Il ciclo si compone di quattro volumi: Venere privata (1966), Traditori di tutti (1966), I ragazzi del massacro (1968) e I milanesi ammazzano al sabato (1969).

Il secondo, vincitore del Grand prix de littérature policière al miglior romanzo straniero in Francia, rimane ancora oggi l’unico senza trasposizione cinematografica; gli altri uscirono in sala tra il 1969 e il 1970. Tre film, tre registi e tre attori radicalmente diversi per donare volto e anima a un investigatore brillante, intuitivo, cinico quanto basta, difensore delle regole del gioco sociale, lontano da formalismi e moralismi: I ragazzi del massacro, firmato dalla coppia Fernando Di LeoPier Paolo Capponi, Il caso Venere privata, di Yves Boisset e Bruno Cremer, e il nostro La morte risale a ieri sera, diretto da Duccio Tessari, un adattamento, nonostante il cambio di titolo per questioni legate ai diritti d’autore, dell’ultimo romanzo della tetralogia, come specificato nei titoli di testa.

La morte risale a ieri sera vede l’ispettore Lamberti (Frank Wolff) immerso nel caso di Donatella Berzaghi (Gill Bray), scomparsa dalla casa di ringhiera dove viveva con suo padre, Amanzio (Raf Vallone). Malgrado l’assenza iniziale di tracce, Duca e Mascaranti (Gabriele Tinti) intuiscono che quella giovane bellissima e altissima, affetta da problemi psichici che vincono qualsiasi inibizione sessuale, potrebbe essere finita nelle reti più torbide della prostituzione per canaglie al di sopra di ogni sospetto. La pista imboccata dalla coppia è talmente azzeccata che Donatella, nonostante il valore sul mercato, diventa un fardello troppo pesante per gli sfruttatori e, pochi giorni dopo, viene trovata sfigurata e bruciata viva in un mucchio di sterpaglie nella periferia di Lodi.

“Lei pensa che io voglia uccidermi?”. La voce del vecchio raspignò un poco più alta -era esattamente questa la preoccupazione di Duca Lamberti- poi si abbassò. “Voglio vivere fino al giorno in cui non avrete ritrovato l’assassino di mia figlia”, la voce esalava rauca, stridente dal volto cespuglioso, e soprattutto da quegli occhi affondati nel viso come braci verdi in una maschera di cenere. “E se lo ritroverete fra mille anni, io vivrò ancora mille anni, aspetterò mille anni a morire, per vedere in faccia questo assassino”.

Tessari è uno dei diamanti del cinema italiano degli anni ’60 e ’70, una carriera all’insegna del più raffinato eclettismo che toccò vette western -suoi furono i Ringo che consacrarono Giuliano Gemma-, gialle -da Una farfalla con le ali insanguinate (1971) a L’uomo senza memoria (1974)- e personali cime noir / thriller, con gli straordinari La morte risale a ieri sera e Tony Arzenta (Big Guns) (1973). La sua versione di Scerbanenco, che vide la luce il 5 settembre del 1970, meno di un anno dopo la prematura scomparsa dell’autore, beve dal noir classico degli anni ’40 e dalle migliori atmosfere polar del decennio appena finito, mentre si fa anche riservare un tavolo al ristorante dei nascenti giallo e poliziesco patrio. Il tutto, però, senza rientrare appieno in nessuno dei generi.

Molti elementi, dunque, molto ben mischiati, in un lavoro registico sobrio -non mancano i tocchi di classe disseminati lungo il metraggio, come il piano sequenza all’interno dell’appartamento di Duca-, elegante ed efficace, a braccetto con una sceneggiatura altrettanto scarna e solida, scritta da Tessari assieme a Biagio Proietti. Il montaggio di Mario Morra, suo collaboratore abituale, potenzia in maniera affascinante il crescendo letterario di tensione, in particolare nella seconda parte del film, dove una corsa a cronometro tra due ricerche parallele sfocerà in una favolosa catarsi, esplosione ideale di tutte le venature di “banalità del male” che percorrono la storia. Perché, sebbene il sangue sia praticamente assente, questa è una vicenda che ci fa toccare con mano l’orrore.

Un orrore vero, vale a dire, la reazione a catena di piccole meschinità, egoismi e soprusi quotidiani, che il regista genovese racconta in maniera essenziale, lontano da sensazionalismi, a onta della cloaca morale in cui devono galleggiare i protagonisti. Perciò non è un caso che La morte risale a ieri sera sia la trasposizione che meglio riesce a leggere la sua matrice letteraria. Una fedeltà mirabile non soltanto al romanzo -particolarmente commovente in alcune scene, tra cui la il riconoscimento del cadavere di Donatella-, ma anche a tutto l’universo scerbanenchiano, al netto di qualche inevitabile semplificazione (la formazione medica di Lamberti, ad esempio, viene appena accennata) e certi spostamenti di scenario per esigenze di ritmo narrativo cinematografico.

No, la posta in gioco non spaventa Tessari, che esce vincente anche da una delle battaglie più insidiose quando ci si misura con la penna di Scerbanenco: fare di Milano, sublimemente fotografata da Lamberto Caimi -indimenticabile la sua Bassa in bianco e nero de Il posto (Ermanno Olmi, 1961)-, un vero personaggio topografico e spirituale. Con lo stesso garbo, la macchina da presa bazzica nelle periferie nebbiose o si perde nella folla di San Siro; tra case popolari, bar sport e bordelli di lusso, cattura le trasformazioni socioculturali di un tempo imbizzarrito, delineate con maestria nella serie romanzesca: il vestiario, l’arredamento, il parlato, la stampa sempre più sensazionalistica, la televisione e la pubblicità sempre più invasive, tese a modellare l’immaginario di un intero Paese.

Naturalmente, questo includeva le “canzonette” amate dallo scrittore, incastonate da Gianni Ferrio nella colonna sonora, due pezzi co-scritti con Tessari e cantati da Mina. I giorni che ci appartengono arriva durante i titoli di testa, mentre viaggiamo all’interno di un tram che attraversa il centro di Milano in pieno giorno, e forma un dittico con l’incipit di Tony Arzenta, quando Alain Delon sale in macchina al calar del sole e ripercorre la città sulle note de L’appuntamento di Ornella Vanoni. Incompatibilità, ultima canzone a suonare nel mangiadischi di Donatella, innocente e giocherellona come lei, rimbomba nella testa di Amanzio nei momenti più inattesi, creando una sensazione di estraniamento che funge da spietato promemoria delle schizofrenie del periodo.

A spasso per il cuore pulsante meneghino vanno gli altri personaggi, quelli umani, come di consueto in casa Scerbanenco, genuini e ironici, taglienti e profondi, dalla naturalezza disarmante, sostenuti da un cast magnifico e per nulla scontato, compreso un sorprendente Gigi Rizzi, all’epoca re della dolce vita sulla costa azzurra, ex fiamma di Brigitte Bardot, nei panni del magnaccia Salvatore, in cerca di redenzione forzata. Nel viavai del commissariato di Fatebenefratelli, spicca quello che probabilmente sia il Mascaranti meno aderente al suo alter ego letterario, ma un trionfo dal punto di vista cinematografico, con Tinti in forma smagliante: ringiovanito, autentico coprotagonista, un fiume in piena che condivide con il suo capo l’infinito disprezzo verso i bari del gioco sociale.

Il film vanta anche due affascinanti personaggi femminili: Herero (Beryl Cunningham), prostituta sull’orlo dell’abisso, tessera fondamentale delle ricerche, e la migliore Livia grazie a Eva Renzi, fresca delle riprese de L’uccello dalle piume di cristallo (Dario Argento, 1970); le superficialità degli adattamenti precedenti sono solo un ricordo: Livia trova la sua giusta dimensione, tra la sfera intima -una manciata di scene domestiche deliziose, anche per il suo sapore da Nouvelle vague, con Duca, fondamentali per capire la crisi che attraversa l’investigatore- e quella professionale, dove la sua reinvenzione come giornalista serve per veicolare tante riflessioni dello scrittore sulla “società di massa che ha tirato fuori la criminalità di massa”.

Loro formano la guardia del corpo di Amanzio e Duca. Ruolo splendido di maturità per Vallone, dalla sua prima apparizione, zoppicando tra il traffico della città, sappiamo che porta sulle spalle tutto il dolore del mondo. Vedovo, uomo buono, padre devoto, onesto impiegato: un’esistenza assuefatta da un sistema incapace di proteggerlo, sottomessa a tutte le routine immaginabili che, quando si spezzano, scatenano degli orrori inimmaginabili. “Cane di paglia” prima di Dustin Hoffman (Sam Peckinpah, 1971), “uomo della strada” prima di Henry Silva -precisamente a Milano è ambientato il film di Umberto Lenzi (1975)-, il vecchio Berzaghi imbocca una delle strade di celluloide predilette degli anni ’70: se il sistema non funziona, può un cittadino farsi giustizia da solo?

Attorno a questo dolore -importante tanto quanto l’indagine, anzi, di più- tesse Scerbanenco il noir e gira Tessari il film. E, sulla via di questa croce, piomba Lamberti, erede di un’investigazione forse persa in partenza, che da giorni sonnecchia sul tavolo di altri colleghi. La più bella creatura dello scrittore trovò la sua carne e le sue ossa a 10000 chilometri da Milano: Wolff mastica come nessun altro la “passionalità slava, da cavaliere cosacco” dello scrittore, come ricorda la figlia Cecilia, di fronte a un caso che scuote fino alle fondamenta i suoi principi. Qui non c’è niente di stucchevole, nessun tutore della legge “di ferro”: Lamberti è l’antitesi del commissario senza nome dell’attore californiano in Milano calibro 9 (Di Leo, 1972), ovvero una pura sete di giustizia.

Ed è questa la chiave di volta per capire l’universo scerbanenchiano. Ne I milanesi ammazzano al sabato, inaspettato testamento letterario e civico del maestro, al suo Duca spetta il compito di scrivere le memorie del sottosuolo di una città sempre più cupa e disumana, segnata dall’indifferenza verso il prossimo e da un consumismo selvaggio senza freni morali. La morte risale a ieri sera mette su pellicola la bomba letteraria ad orologeria che Scerbanenco aveva piazzato nel ventre oscuro di Milano, la stoccata folgorante nel cuore dei benpensanti. Una società in caduta libera che lascia a nudo tutte le vulnerabilità di un investigatore profondamente umano, ostinatamente integro, che comincia ad avere paura di invecchiare “e non fare in tempo a ripulire il mondo”.


La morte risale a ieri sera

Un film di Duccio Tessari, 1970. Italia – Germania Ovest, Lombard Films – Filmes Cinematografica – C.C.C. Filmkunst GMBH. Colore, 98′.

Soggetto: tratto dal romanzo I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco. Sceneggiatura: Biagio Proietti, Duccio Tessari, con la collaborazione di Artur Brauner. Interpreti: Beryl Cunningham, Checco Rissone, Eva Renzi, Frank Wolff, Gabriele Tinti, Gigi Rizzi, Gill Bray, Marco Mariani, Raf Vallone, Stefano Oppedisano, Wilma Casagrande. Fotografia: Lamberto Caimi. Montaggio: Mario Morra. Scenografia: Enrico Tovaglieri. Musiche: Gianni Ferrio. Le canzoni I giorni che ci appartengono e Incompatibilità (Ferrio – Tessari) sono interpretate da Mina.

Citazioni tratte da: Cecilia Scerbanenco, Il fabbricante di storie (2018, La nave di Teseo, Milano), Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al sabato (2022, La nave di Teseo, Milano).

“Tony, lo sai che dal giro non si esce: o stai dentro o ti fanno fuori”:

TONY ARZENTA (BIG GUNS)