Correva l’anno 1957 quando Luis García Berlanga girò Los jueves, milagro, intitolato Arrivederci, Dimas! nella versione italiana, ciliegina sulla torta di una straordinaria “trilogia rurale” che metteva anche fine alla prima tappa della sua carriera.
José Isbert in Arrivederci, Dimas! Luis García Berlanga, 1957.

Storie ambientate in sperduti paeselli spagnoli degli anni ’50, i cui abitanti si vedono improvvisamente travolti dall’uragano della cosiddetta modernità. Se in Bienvenido, mister Marshall (Benvenuto, mister Marshall!, 1953), unico dei tre film a non essere una coproduzione ispano-italiana, la notizia dell’arrivo di una commissione dell’omonimo piano per la ricostruzione dell’Europa mette a soqquadro la quotidianità di Villar del Rio, in Calabuch (1956), sulla costa mediterranea, gli effetti della carriera atomica si fanno notare sotto forma di vecchio scienziato vagabondo, stufo degli usi distruttivi che il mondo sta dando alle sue invenzioni.

Per il terzo appuntamento, Berlanga tornò in un paesino dell’entroterra peninsolare, Fontecilla. Un tempo prospero e florido grazie alle famigerate acque termali “scoperte dagli antichi romani!”, adesso languisce sull’orlo del fallimento e, per attrarre di nuovo orde di turisti carichi di soldi da spendere, le “forze vive” decidono di inscenare un miracolo. Sono don Salvador, cronista e maestro (Paolo Stoppa), don Ramón, proprietario del centro benessere (Alberto Romea), don Antonio, sindaco e proprietario della salumeria (Juan Calvo), don José, latifondista (José Isbert), don Evaristo, medico (Félix Fernández) e don Manuel, barbiere (Manuel de Juan).

Così, una sera, un san Dimas con aureola di stagno e troppo somigliante a don José promette a Mauro, scemo ufficiale del villaggio (Manuel Alexandre) che apparirà tutti i giovedì nei pressi della stazione: ecco il titolo originale, “giovedì, miracoli”, incomprensibilmente storpiato in italiano. Tutto fila (più o meno) liscio, grazie anche all’entusiasmo della beat(issim)a doña Paquita (Guadalupe Muñoz Sampedro), fino all’arrivo di Martino (Richard Basehart), un latitante che sembra conoscere la verità attorno allo sgangherato “buon ladrone”: il peso della coscienza comincia a farsi sentire o quel sorridente straniero è veramente al corrente della truffa?

Arrivederci, Dimas! segue con grazia suprema il filo rosso della trilogia: l’utopia della prosperità e dei sogni risvegliati in angoli di mondo sospesi nel tempo. Dopo i fantomatici americani straripanti di dollari (la Spagna, martoriata dalla guerra civile, non aveva partecipato al secondo conflitto mondiale) e gli obiettori di coscienza atomici, qui a scuotere le fondamenta della comunità è la religione, argomento che presto affilò le forbici della censura franchista. Berlanga la soffrì spesso e “spesso per certe stronzate…”, come ricordava ne El verdugo / La ballata del boia (1963)-, ma Arrivederci, Dimas! batté tutti i record di intervenzionismo.

Il regista trovò sempre nella realtà gli spunti creativi più sfiziosi e, se “l’avvelenatrice di Valencia”, ultima donna condannata a morte in Spagna nel 1959, diventò il fulcro delle vicende del boia pacifista, un altro avvenimento nei dintorni della sua città natia mise in moto Arrivederci, Dimas!: le presunte apparizioni mariane nella borgata di Cuevas de Vinromá, dove il primo dicembre del 1947 si radunarono circa 300000 persone. Berlanga tirò fuori dal cassetto un vecchio progetto –El gran festival, storia di un gruppo di paesani che organizza un festival cinematografico per attrarre nuovi clienti al casinò- e cominciò a fare le opportune (e celestiali) modifiche.

Ma, ancora in sede di scrittura, la casa di produzione venne assorbita da un’altra appartenente all’Opus Dei, che lo considerò un attacco inammissibile alla Chiesa e chiamò il sacerdote Jorge Garau come “aiuto sceneggiatore”. Berlanga teneva profondamente al film e, in buona misura, riuscì a difenderlo, anche se Garau modificò 80 pagine della sceneggiatura, per fortuna (si fa per dire), concentrate nell’ultimo terzo del metraggio. Difatti, il valenciano annoverava la prima parte di Arrivederci, Dimas!, completamente originale, tra i suoi lavori più riusciti dal punto di vista registico, assieme a Plácido (1961) e Patrimonio nacional (1981). E non si sbagliava.

Il film mostra un Berlanga con una grande sicurezza non soltanto tecnica -in particolare, nell’uso della gru, del travelling e del piano sequenza, a cui si aggiungono, marchi di fabbrica della trilogia, una perfetta messinscena e il magnifico montaggio di Pepita Orduña-, ma anche narrativa. La preparazione del miracolo, l’apparizione di san Dimas, con tanto di disastroso spettacolo pirotecnico musicale a modo di omaggio alle origini del cinema, l’arrivo di Martino e l’inizio del ricatto ai truffatori seguono maestosamente la lezione di Buster Keaton, ovvero “i meccanismi di un film comico vanno aggiustati con la stessa precisione di un orologio”.

A quattro mani con José Luis Colina, traccia un’esilarante e irresistibile geografia morale dei protagonisti, un modello di disegno dei personaggi e sviluppo delle scene. La narrazione fluisce con una naturalezza disarmante, attraverso dialoghi brillanti, pregni di cinismo, ironia e affetto sconfinato verso gli esseri umani. La perizia del regista nell’arte della coralità esplode con un cast composto da alcuni dei più raffinati comici del cinema spagnolo, a cui si aggiungono (siano benedette le coproduzioni) il gigante Stoppa e un incantevole Basehart, indissolubilmente legato all’universo felliniano grazie al Matto (La strada, 1954) e a Picasso (Il bidone, 1955).

Tutti gli ingredienti del miglior Berlanga in un gioiello mutilato nell’ultimo atto, dove le pretese di Garau rompono il ritmo tecnico e narrativo, non tanto per il fatto di aprirsi alla favola quanto per gli scivoloni sul pietismo, sul moralismo spicciolo, con delle scene neorealiste buttate quasi a caso nei minuti finali e una dose massiccia di ottimismo di basso conio (tra cui un bambino zoppo con cagnolino ritrovato al seguito) che fa a pugni con la filosofia del maestro, cintura nera di sconfitte collettive, il quale volle includere il nome del sacerdote, “del resto, un uomo simpatichissimo”, nei titoli di testa, “suggerimento” non accettato dai produttori.

Arrivederci, Dimas! toccò molti tasti dolenti: per i conservatori, era una satira sulla religione; per i progressisti, un filmetto pio. Né l’uno né l’altro. La sceneggiatura originale di Berlanga metteva chiaramente in salvo la fede sincera, prendendo di mira i falsi miracoli, la commercializzazione della spiritualità e gli sfruttatori della pietà popolare. A Fontecilla, l’unico bastione di lucidità è don Fidel (José Luis López-Vázquez): il giovane parroco si mostra implacabile contro gli imbroglioni, in un simbolico testa a testa con il maestro che, a sua volta, ridicolizza la pugna per il controllo dell’educazione tra la Chiesa e la Falange in corso nel Paese.

Questo la censura non lo vide, così come non vide la spietata parodia di Franco nella prima apparizione, quando il santo perde il filo del discorso e uno stratosferico Isbert, sulle note della cavatina di Figaro, comincia a balbettare frasi sconnesse nelle quali riecheggiano le nenie del dittatore. Con i forzati cambiamenti della seconda parte, come rifletterà più tardi il regista, sembrava che Arrivederci, Dimas! deridesse veramente la religione; d’altronde, lui non era estraneo a queste dinamiche: La ballata del boia, cristallino attacco al regime franchista e contro la pena di morte, venne bollato dai francesi di Positif e dagli anarchici italiani come… profascista.

Un copione vecchio come il mondo: fanatismi e dogmatismi, disponibili in tutti i colori, prima mutilarono e poi stroncarono un film eccezionale, con tutte le carte in regola per diventare il capolavoro di Berlanga e al quale il tempo dovrà restituire il posto che gli spetta di diritto nella sua filmografia. E per il dovere di cronaca: le autorità ecclesiastiche smontarono subito il miracolo di Cuevas de Vinromá, frutto dell’immaginazione di una bambina folgorata da Bernadette (Henry King, 1943). “Con Mauro era facile, ma come facciamo a ingannare 300 persone?”, domanda don Manuel; “Trecento persone e un cura!”, puntualizza don José san Dimas.


Arrivederci, Dimas!

Los jueves, milagro. Un film di Luis García Berlanga, 1957. Spagna – Italia, Ariel S. A – Domiziana Internazionale Cinematografica. B/n, 84′.

Soggetto: Luis García Berlanga. Sceneggiatura: José Luis Colina, Luis García Berlanga. Interpreti: Alberto Romea, Concha López Silva, Félix Fernández, Guadalupe Muñoz Sampedro, José Isbert, José Luis López Vázquez, Juan Calvo, Luigi Tosi, Luis Varela, Manuel Alexandre, Manuel de Juan, Mariano Ozores, Nicolás Perchicot, Paolo Stoppa, Richard Basehart. Fotografia: Francisco Sempere. Montaggio: Pepita Orduña. Scenografia: Enrique Alarcón. Musiche: Franco Ferrara.