Il cinico, l’infame, il violento. Umberto Lenzi, 1977.

Con l’avvento degli anni ’70, sceriffi, cacciatori di taglie e polverosi fuorilegge vennero sostituiti sul grande schermo da commissari, cittadini ribelli e malavitosi di ogni sorta. E, se dal western ufficiale era nato il (glorioso) western all’italiana, dal poliziesco ufficiale nacque il (glorioso) poliziesco all’italiana. Dopo i primi lavori di progettazione del filone negli ultimi anni ’60, a gettarne le fondamenta fu il nuovo decennio con titoli come il capostipite La polizia si incazza ringrazia (Stefano Vanzina, 1972) e La polizia incrimina, la legge assolve (1973), ovvero la lotta del commissario di ferro Belli (Franco Nero) contro la criminalità genovese.

Cintura nera di azione e accoltellamento del sistema, il film diretto da Enzo G. Castellari incassò più di un miliardo e mezzo di lire al botteghino, successo che provocò il consueto miracolo di moltiplicazione: se in pieno uragano western erano stati i nomi di Django, Sabata, Ringo Sartana a spuntare in tutte le locandine, durante la fiammante stagione poliziesca arrivò il turno delle città violente e dei tutori dell’ordine con personali visioni della legalità vigente. Ma, come spesso succede, molti furono i chiamati e pochi gli eletti per sedersi nel pantheon del genere: in testa, i baffut(issim)i commissari Betti e Tanzi di Maurizio Merli.

Maurizio Merli (I): la trilogia del commissario Betti

MAURIZIO MERLI (I): IL COMMISSARIO BETTI

Maurizio Merli (II): il dittico del commissario Tanzi

Il successo del primo appuntamento con Betti, Roma violenta (Marino Girolami, 1975) -due miliardi e seicentoquindici milioni di lire d’incasso, il poliziesco all’italiana più visto sul grande schermo-, ebbe come risultato, oltre alla continuazione della saga, l’accelerazione del processo di serializzazione dei commissari in equilibrio precario sul filo del rasoio della legalità. Il più importante fu Leonardo Tanzi, protagonista di Roma a mano armata (1976) e Il cinico, l’infame, il violento (1977), irresistibile dittico giocato sulla viscerale opposizione, sia fisica che artistica, tra Maurizio Merli e Tomas Milian, sempre con Umberto Lenzi dietro la cinepresa.

Mentre Roma violenta faceva saltare in aria il botteghino, il regista era alle prese con Roma in segreto, una sceneggiatura offertagli dalla Dania Film di Luciano Martino, responsabile del suo capolavoro Milano odia: la polizia non può sparare (1974). Lo spirito della nuova proposta, però, non lo convinse -una storia di spionaggio vaticano un po’ troppo internazionale, un po’ fuori tempo massimo- e ottenne carta bianca dal produttore per stravolgerla e imbastire, assieme a Dardano Sacchetti, un poliziesco all’italiana canonico, erede della struttura narrativa del primo Betti: una serie di episodi di violenza urbana tratti dalla cronaca nera quotidiana.

Roma a mano armata. Umberto Lenzi, 1976.

Roma a mano armata ci porta così a spasso per una capitale soffocata dai tentacoli della criminalità: biscazzieri, giovani scippatori di periferia, stupratori pariolini (il massacro del Circeo scottava ancora), spacciatori, rapinatori. A fare fronte a tutti, e “tutti” non è un modo di dire, il sempre più spregiudicato commissario Tanzi, mentre tenta di sgominare la banda del boss marsigliese Ferrender. La sottigliezza del filo conduttore -come abbiamo visto, peccato abituale nel genere- non intacca questo precorritore dello straordinario Napoli violenta, che il duo Lenzi – Merli avrebbe girato da lì a pochi mesi e che sarebbe diventato il miglior episodio della trilogia Betti.

Si tratta di un film dalla regia incisiva e dal ritmo serrato, con un’efficace costruzione della tensione -basti ricordare la rapina in banca sventrata dal nostro passando attraverso il condotto dell’aria condizionata- e una colonna sonora targata Franco Micalizzi, incalzante e brillante nei Tanzi, inarrivabile nell’avventura partenopea di Betti. Il tutto ornato con una ghirlanda di volti imprescindibili del poliziesco, tra cui spiccano i sempre magnifici Giampiero Albertini, Arthur Kennedy, Aldo Barberito. La grande occasione sprecata è l’assistente sociale Anna, personaggio pesantemente stereotipato, al quale le non doti attoriali di Maria Rosaria Omaggio danno il colpo di grazia.

E, dalla parte dei cattivi, altri due gioielli: lo spacciatore Tony Parenzo di Ivan Rassimov, al centro di alcune delle sequenze più elettrizzanti del film -l’inseguimento sui tetti di via dei Coronari e il faccia a faccia / cruscotto / pugni con il commissario al villaggio olimpico- e, soprattutto, il gobbo Vincenzo Moretto: Tomas Milian, ingaggiato in regime di “partecipazione straordinaria” per cercare di addolcire il cachet, esordisce nei panni del malavitoso borgataro e menomato, vagamente ispirato al “gobbo di Quarticciolo”, che riprenderà, in veste da protagonista e con il cognome Marazzi, fratello gemello del Monnezza, ne La banda del gobbo (Lenzi, 1977).

Roma a mano armata. Umberto Lenzi, 1976.

Centro di gravità delle indagini di Tanzi, il Moretto segue il solco tracciato dal Giulio Sacchi di Milano odia: la polizia non può sparare: facciata proletaria (brutale l’entrata in scena al mattatoio), anima simile ai capitalisti che dice detestare; tra Porsche e Rolex per tagliarsi le vene nel bagno della questura, il gobbo sa essere sfrontato e spaccone, vigliacco, codardo e spietato, con la lingua sciolta e la battutaccia in canna. Ma, se Sacchi era apertamente detestabile, il Moretto si guadagnò il favore di una fetta non indifferente di pubblico grazie alla sua sporca umanità e al suo costante oscillare tra vittima e boia negli infuocati corpo a corpo con i poliziotti.

Questo impatto artistico e popolare del gigante cubano cambiò le regole del gioco nel secondo incontro con Tanzi. Dopo la decisiva manciata di scene di Roma a mano armata, Milian si ritagliò un ruolo da protagonista assoluto ne lI cinico, l’infame, il violento. E non solo: come ricordava Lenzi, “mettere insieme Tomas e Merli significò lavorare un paio di mesi al copione, in modo da misurare i due personaggi col bilancino”, a causa degli screzi avvenuti sul set del primo film, dove, alla naturale rivalità tra due icona così diverse, si aggiunse, a dir di Maurizio, qualche calcio in pancia di troppo durante lo scontro finale tra il gobbo e il commissario.

Una sceneggiatura, del resto, nata in circostanze simili a quelle di Roma a mano armata: Lenzi e Sacchetti, con la collaborazione di Ernesto Gastaldi, capovolsero un soggetto all’americana di Sauro Scavolini, Insieme per una grande rapina, concepito più per il mercato estero. “Un titolo floscio”, rifletteva il regista, “che non aveva attinenza nella storia e che non dava la coordinate di quello che doveva essere la sfida tra i malavitosi del film”. Il ridimensionamento del progetto sfociò in un omaggio a Sergio Leone già a partire dal titolo, con tre aggettivi volutamente ambigui, quasi a volerci far giocare a “indovina chi” con il trio protagonista.

Il cinico, l’infame, il violento. Umberto Lenzi, 1977.

L’infame “ufficiale” Tanzi, ormai ex sbirro dedito alla correzione di bozze di romanzi polizieschi in una casa editrice milanese, deve ritornare in campo (e a Roma) per saldare un conto con il passato chiamato Luigi Maietto “il Cinese”, appena evaso dal carcere, e l’unico modo di salvare la pelle sarà far deflagrare dall’interno il nascente sodalizio tra il cinico malavitoso borgataro e il violento boss italo-americano Frank Di Maggio (impeccabile John Saxon), teso a spartirsi i traffici illeciti della capitale. Un altro titolo, dunque, con tutti i pregi della premiata ditta Lenzi per quanto riguarda il ritmo e la maestria tecnica, compresa una strizzata d’occhio al primo copione.

“Nella sceneggiatura originale, il colpo era centrale e io lo lasciai un po’ all’amatriciana”, scherzava. Una trama, in effetti, secondaria, ma spettacolare, con il nostro Maurizio alla Diabolik, agganciato a un tubo a pressione, sospeso nel vuoto tra due palazzi di via Gabriele Falloppio in piena notte, senza controfigura: sì, lo rifarà Sean Connery in Entrapment due decenni dopo. A questo Merli attore a 360 gradi si aggiungono non soltanto il fascino di due cattivissimi che, come lui, si sentono molto ben cuciti addosso i rispettivi stereotipi, ma anche un altro campionario di nomi del genere, in particolare Renzo Palmer, Bruno Corazzari e Robert Hundar.

Un cast ineccepibile che sa leggere l’originale taglio dell’opera meno violenta di Lenzi. Perché, anche se non mancano i momenti raggelanti -da Di Maggio che mescola palline da golf e facce da traditori, preannunciando il bowling di Napoli violenta, a Tanzi capace di cambiare i connotati dei suoi interlocutori con qualsiasi cosa gli capiti sotto mano-, il film gioca più con la mordacità delle situazioni. Una dinamica su misura per il Cinese Milian, spacciatore di ricordini funebri e responsabile di passaggi memorabili assieme a Gianni Musy, scagnozzo ridotto a rottame da “uno biondo con la faccia da sbirro”, e Riccardo Garrone, deciso a non pagare il pizzo. Fino al cric.

Il cinico, l’infame, il violento. Umberto Lenzi, 1977.

Pertanto, pochi mesi dopo il terzo e ultimo Betti, Il cinico, l’infame, il violento chiuse il dittico del commissario Tanzi dando un delizioso giro di vite leoniano ai topoi del poliziesco all’italiana, fino al bellissimo triello finale -scelta già provata da Fernando Di Leo (La mala ordina, 1973)- nel saloon di turno, vale a dire, la pasoliniana locanda di Ponte Mammolo, unico momento in cui stanno insieme Merli e Milian. Un espediente, “le storie parallele di due personaggi che si odiano e si cacciano, ma non si incontrano, se non nella scena finale”, copiato da Michael Mann in Heat (1995) per Al PacinoRobert De Niro. L’abbiamo detto con Betti, lo ripetiamo qui: “Scusa se è poco” (cit.).


Roma a mano armata. Un film di Umberto Lenzi, 1976. Italia, Dania Film – Medusa Distribuzione – National Cinematografica. Colore, 90′. Soggetto: Umberto Lenzi. Sceneggiatura: Dardano Sacchetti. Interpreti: Aldo Barberito, Arthur Kennedy, Biagio Pelligra, Carlo Alighiero, Claudio Nicastro, Gabriella Lepori, Giampiero Albertini, Ivan Rassimov, Luciano Catenacci, Luciano Pigozzi, Maria Rosaria Omaggio, Maurizio Merli, Sandra Cardini, Stefano Patrizi, Tom Felleghy, Tomas Milian, Valentino Macchi. Fotografia: Federico Zanni. Montaggio: Daniele Alabiso. Scenografia: Giorgio Bertolini. Musiche: Franco Micalizzi.

Il cinico, l’infame, il violento. Un film di Umberto Lenzi, 1977. 77. Italia, Dania Film – Medusa Distribuzione. Colore, 95′. Soggetto: Sauro Scavolini. Sceneggiatura: Dardano Sacchetti, Ernesto Gastaldi, Umberto Lenzi. Interpreti: Aldo Massasso, Brigida Petronio, Bruno Corazzari, Claudio Nicastro, Gabriella Giorgelli, Gabriella Lepori, Gianfilippo Carcano, Gianni Musy, Guido Alberti, John Saxon, Marco Guglielmi, Maurizio Merli, Renzo Palmer, Riccardo Garrone, Robert Hundar, Tomas Milian. Fotografia: Federico Zanni. Montaggio: Eugenio Alabiso. Scenografia: Elio Micheli. Musiche: Franco Micalizzi. Dichiarazioni tratte da: intervista a Umberto Lenzi, Il cinico, l’infame, il violento (Federal Video, 2004).