In seguito a un incidente automobilistico, Jane (Edwige Fenech) soffre un aborto e cade in uno stato di stress post-traumatico popolato da incubi ed episodi di dissociazione che sembrano arrivare al punto di non ritorno quando, nello scontro tra il compagno Richard (George Hilton), convinto che lei abbia soltanto bisogno di riposo e vitamine, e la sorella Barbara (Nieves Navarro), assistente in un gabinetto di psicoterapia, si insinua una terza “soluzione”: quella della nuova dirimpettaia Mary (Marina Malfatti), membro di una setta satanica.
Edwige Fenech in Tutti i colori del buio. Sergio Martino, 1972.

Tutti i colori del buio, diretto da Sergio Martino, uscì in sala nell’inverno del 1972, quando il thriller alla Dario Argento regnava incontrastato in Italia grazie al successo della “trilogia degli animali” nei due anni precedenti: L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio. Incontrastato o quasi, poiché non mancarono le voci fuori dal coro, come quella di Joe D’Amato, che in pieno 1973 fece del suo primo horror, La morte ha sorriso all’assassino, una sinfonia gotica dalla mirabile modernità tecnica.

Ma ancor prima era stato Martino a sfidare il segno dei tempi. Da biennio strabiliante a biennio strabiliante, tra il 1971 e il 1972 il regista romano girò, oltre al nostro, Lo strano vizio della signora Wardh, La coda dello scorpione e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave. Quattro magnifici thriller segnati da venature gialle e horror messi in piede, con qualche piccola variazione a seconda dal titolo, dalla stessa squadra tecnica e artistica, in forma smagliante in Tutti i colori del buio, film narrativamente agli antipodi dell’universo “argentiano”.

Ernesto Gastaldi e Sauro Scavolini firmano una storia che si allaccia alla claustrofobia di Repulsione (1965) e Rosemary’s Baby (1968), primi episodi della “trilogia dell’appartamento” di Roman Polanski, senza mai perdere la sua personalità dirompente. Una messa in scena impeccabile, una fotografia sontuosa, una delle colonne sonore più straordinarie del genere: Tutti i colori del buio compone un caleidoscopio visuale perfetto che ci intrappola nella mente in decomposizione di Jane e, nel farlo, si piazza con garbo tra le colonne portanti del thriller italiano.

Un’inquadratura fissa ci mostra i titoli di testa che compaiono su un paesaggio lacustre al tramonto; non c’è musica, soltanto i versi di alcuni animaletti. “Tutti i colori del buio” si susseguono fino al nero totale, che all’improvviso diventa il palcoscenico brechtiano di un incubo surrealista in cui ogni personaggio nasconde una tessera del rompicapo di Jane: un uomo dagli occhi azzurri armato di coltello (Ivan Rassimov), una vecchia-burattino, una giovane donna nuda, un’altra incinta su una barella, una culla vuota, campane e bisbigli di voci indecifrabili.

Un miscuglio che si dimena tra Hieronymus Bosch e I capricci di Francisco de Goya, rileggendo in chiave grottesca la rappresentazione della sfera onirica ideata da Salvador Dalì per Io ti salverò (1945), definita da Alfred Hitchcock come “una caccia all’uomo in un involucro di pseudo-psicanalisi”. In quest’occasione, al centro della persecuzione c’è un’imperiale Edwige Fenech, che parte dalla sua stupenda signora Wardh -non per caso, dittico ideale con Tutti i colori del buio– e la fa sfociare in quello che probabilmente sia il miglior ruolo della sua carriera.

L’attrice sembra incarnare la rivendicazione che il regista londinese faceva della teoria del commediografo ottocentesco francese Victorien Sardou, “Bisogna torturare una donna”, alla quale attaccò una florida (e infame) postilla: “Il problema oggi è che non torturiamo abbastanza le donne”. Quella di Jane è, difatti, un’esistenza dal sapore hitchcockiano, una fragilità esistenziale nella quale riecheggiano le angosce della seconda signora De Winter e di Marnie, dove i confini tra apparenza e realtà sono sempre più difficili da districare.

L’inizio fulminante, che rinforza la sensazione di dissociazione nel proprio spettatore, mette in moto una giostra allucinante e allucinatoria ambientata con raffinatezza estetica sublime in una Londra fantasmagorica (il film venne, però, girato in buona parte a Dublino), testimone muta della ricerca disperata di aiuto di Jane -nella presenza assente di Richard (George Hilton), in Barbara e il dottor Burton (George Rigaud), in Mary (la Malfatti disegna un personaggio superbo, decadente e sensuale)-, ormai seduta sull’orlo sgretolato della pazzia.

Tutti i colori del buio ci avvolge senza pietà nella sua atmosfera asfissiante di tensione e paranoia crescenti, figlia di una costruzione narrativa perfetta, prevalentemente -ecco una delle grandi genialità del film- lenta, e di una regia vertiginosa, che colleziona inquadrature efficacissime, non di rado nella migliore tradizione gialla, e sequenze memorabili: dall’uomo dagli occhi azzurri che si avvicina a Jane nella metropolitana alle conversazioni nel parco deserto, dagli incubi agli inseguimenti per le scale del palazzo, passando per i riti orgiastici dei sabba.

E, se le lenti a contatto di Rassimov vi erano sembrate deliranti, aspettate a vedere in azione il sacerdote psichedelico-mansoniano di Julián Ugarte: ma che Martino sarebbe senza questi tocchi eccessivi? Durante 95 minuti, sogniamo ciò che sogna Jane, vediamo e sappiamo ciò che lei vede e sa, con lei abbiamo bisogno e paura di tutti e, come lei, ci chiediamo cosa sia soprannaturale e cosa umanissima ambizione. Quando il regista cade, lo fa rovinosamente. Ma, quando fa centro, è insuperabile. E Tutti i colori del buio è sublime.


Tutti i colori del buio

Un film di Sergio Martino, 1972. Italia – Spagna, Lea Film – National Cinematografica – C. C. Astro. 95′, colore.

Soggetto: Santiago Moncada. Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi e Sauro Scavolini. Interpreti: Alan Collins, Dominique Boschero, Edwige Fenech, George Hilton, George Rigaud, Ivan Rassimov, Julián Ugarte, Maria Cumani Quasimodo, Marina Malfatti,  Susan Scott (Nieves Navarro), Tom Felleghy. Fotografia: Miguel Fernández Mila e Giancarlo Ferrando. Montaggio: Eugenio Alabiso. Scenografia: José Luis Galicia e Jaime Pérez Cubero. Musiche: Bruno Nicolai.