Quando si parla di Straziami, ma di baci saziami, si parla di uno dei diamanti più puri della commedia italiana. Per quanto l’affermazione possa sembrare esagerata, il peso delle evidenze è schiacciante e, ad ogni visione del film, torna “ricco e spietato, come il Conte di Montecristo”.
Ugo Tognazzi e Nino Manfredi in Straziami, ma di baci saziami. Dino Risi, 1968.

Un’architettura cinematografica pressoché perfetta che ha la sua trave portante nella sceneggiatura di Agenore Incrocci e Fulvio Scarpelli: nell’anno della contestazione, i padri di alcuni degli episodi più gloriosi del nostro cinema se ne fregarono di critica e intellettualismo e inaugurarono un tipo di “commedia all’italiana” che dissacrava sé stessa, portando all’estremo le tradizioni popolari patrie. E lo fecero con un cinico geniale dietro la macchina da presa: Dino Risi, Virgilio che, con particolare forza dagli inizi del decennio, guidava l’Italia attraverso i cerchi di un radicale mutamento socio-culturale, vite difficili tra sorpassi suicidi e mostri strabici sbattuti in prima pagina.

Tre addetti ai lavori brillanti in grado di raccontare veramente il nostro Paese perché -usiamo le parole di un altro maestro, Mario Monicelli“prendevano ancora l’autobus” e, quando il furore politico degli anni ’70 stava bussando alle porte, invertirono la rotta e girarono un omaggio alle origini popolari del cinema dalla incommensurabile valenza sociologica. È la storia di amore di Balestrini Marino, barbiere “prima forbice” (Nino Manfredi) e Di Giovanni Marisa, operaia in una fabbrica di “pantaloni da omo” (Pamela Tiffin). Un fotoromanzo, continente e contenuto, irresistibilmente kitsch a cominciare dal titolo, un verso del tango Creola, di Ripp.

Pamela Tiffin e Nino Manfredi in Straziami, ma di baci saziami. Dino Risi, 1968.

Perciò in Straziami, ma di baci saziami funziona con speciale precisione l’orologio messo in moto da Age e Scarpelli durante i loro anni nel teatro di rivista, uno schema riproposto nel 1970 nel(l’altro) capolavoro Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca). E già il colpo di fulmine è un colpo maestro: una relazione nata all’ombra di una pietosa parata folkloristica allo stadio olimpico di Roma, e dondolante, come quelli su carta, tra la semplicità assoluta e i colpi più bizzarri del destino, dal suocero insofferente alle malelingue del paese, in un continuo rincorrersi tra Sacrofante Marche (Rivisondoli e Pescocostanzo, in provincia dell’Aquila) e la Capitale.

Il futuro si accanisce sui due poveri amanti, mettendoci di mezzo Umberto Ciceri, sarto sordomuto alla Harpo Marx, cuoco in formazione e ballerino sovrappensiero, il quale, volente o nolente, avrà in mano il destino finale di Marino e Marisa (“E se mancava patetismo al personaggio”, scherzava Ugo Tognazzi, “mi mettono i capelli rossi e la faccia piena di lentiggini!”), e una giostra di fallimentari tentativi di assassinio e di suicidio, in coppia (fino all’arrivo di un ferroviere che li caccia a calci dai binari) o individualmente, quando Marino si butta nel Tevere il primo gennaio: “Mister OK m’ha sarvato! Prima l’ho maledetto, ma adesso lo benedico!”.

I protagonisti seppero leggere con una naturalezza disarmante il taglio rivoluzionario di quella che è una delle intuizioni più irresistibili del cinema italiano, che rimesta nel calderone di Gargantua e Pantagruele l’alta e la bassa cultura, o meglio ancora, mette nero su bianco i codici con cui ogni ceto sociale si appropria di essa. Sul pianeta Straziami, ma di baci, saziami vanno a spasso Il dottor Zivago (colosso del botteghino all’epoca: “Sei Viktor Komarovsky? / So’ Scortichini Guido”), Alexandre Dumas, gli etruschi (che nelle Marche “ai romani je l’hanno data spesso e volentieri”) o delle arcane conoscenze enologiche.

Moira Orfei e Nino Manfredi in Straziami, ma di baci saziami. Dino Risi, 1968.

Perciò l’ormai leggendaria sentenza di Marino, “Se semo sbajati e abbiamo aperto n’antra bottija: qui c’è scritto Cantine sociali di Velletri, 1968”, fulmina il “che di mediceo” che il commendatore (Gigi Ballista) era convinto di aver individuato nel vino. Due comunità socio-culturali perfettamente parallele -compreso il versante linguistico, dove, con un accento a metà strada tra il basso Lazio e le Marche, il film tiene testa a L’armata Brancaleone e Fantozzi-, le cui facce Marino e Marisa fondono in una moneta perfetta (testa: Dante; croce: Mogol) e, tra commedia, melodramma e pochade, sfociano nell’esegesi de L’immensità di Don Backy.

Con dei ritmi irraggiungibili e una dose massiccia di ironia e tenerezza, Risi, Age e Scarpelli raccontano una società nazional-popolare sull’orlo della schizofrenia, a cavallo tra la voglia di modernità urbana e la tradizione contadina, dove risuonavano lontani gli echi del boom e si annusava “la menzogna della società dei consumi”, nelle parole di un Paolo Villaggio che stava dando alla luce il ragioniere. Quel cambiamento imbizzarrito, da anni nel mirino di Risi, che trovò compiuta espressione nel suo capitale In nome del popolo italiano. Non c’è verso: ci sono dei film imprescindibili e poi c’è Straziami, ma di baci saziami. Per noi, “che siamo nullidà nell’immenzidà”.


Straziami, ma di baci saziami

Un film di Dino Risi, 1968. Italia – Francia, Fida Cinematografica – Les Productions Jacques Roitfeld. 100′, colore.

Soggetto: Age e Scarpelli, Dino Risi. Sceneggiatura: Age e Scarpelli. Interpreti: Checco Durante, Ettore Garofolo, Gigi Ballista, Livio Lorenzon, Moira Orfei, Nino Manfredi, Pamela Tiffin, Samson Burke, Ugo Tognazzi. Fotografia: Sandro D’Eva. Montaggio: Antonietta Zita. Scenografia: Luigi Scaccianoce. Musiche: Armando Trovajoli.

Nino contro tutti (anche in Spagna):

LA BALLATA DEL BOIA: NINO, NESSUNO E CENTOMILA