Arthur Miller diceva che, soltanto durante la prima rappresentazione della Morte di un commesso viaggiatore al Morosco Theatre di New York, comprese che Willie Loman era Lee J. Cobb, e non quello da lui immaginato mentre scriveva. Joseph Roth morì senza sapere che, con il suo “santo bevitore”, sarebbe successo qualcosa di simile: soltanto nel 1988, grazie a Ermanno Olmi, scoprimmo che Andreas Kartak, nato come alter ego letterario dell’autore, era Rutger Hauer.
Rutger Hauer ne La leggenda del santo bevitore. Ermanno Olmi, 1988.

Originario delle province orientali dell’Impero austro-ungarico già in disintegrazione (di Brody, nell’odierna Ucraina), Roth scrisse La leggenda del santo bevitore nella primavera del 1939, mentre era esule a Parigi, dove aveva trovato rifugio dalla frusta nazista. Cronista di un continente alle porte della guerra mondiale -attraversò l’Europa in lungo e in largo, lavorando persino come corrispondente del Frankfurter Zeitung in Italia per riportare la quotidianità del ventennio fascista-, non vide lo scoppio del conflitto perché morì repentinamente il 27 maggio, all’uscita di un bistrot. Aveva 45 anni. Poche settimane dopo, la casa editrice olandese Allert de Lange pubblicò il racconto, che divenne così l’inatteso testamento di uno dei narratori più avvolgenti del Novecento europeo.

Come lui, anche Andreas, ex minatore della Silesia, girovaga per la città portando sulle spalle un passato pieno di ariste, sommerso nella lucidità suprema dell’alcol. Giornate uguali, scandite da bicchieri di pernod o vino rosso, lavoretti saltuari e il mormorio della Senna, che lo culla quando si rannicchia sotto la sua coperta di giornali, al riparo di un ponte qualsiasi. Del Pont de Bercy, ad esempio, dove una mattina incrocia un raffinato sconosciuto che gli dona 200 franchi. “Dio l’ha messo nel mio cammino. Ho un gran favore da chiederle e so che lei ne è all’altezza”. Diffidenza, imbarazzo, stupore: l’uomo prega Andreas di accettarli, a patto che un giorno restituisca la stessa somma alla giovane santa Teresa di Lisieux, la cui statuina si trova nella chiesa di Sainte-Marie des Batignolles.

Pochi registi più adatti di Olmi per mettere su pellicola il racconto di Roth, anche se, in apparenza, esso non rientrava nelle sue corde. Il processo di produzione appare ai nostri occhi, difatti, come un arazzo trapuntato di piccoli miracoli, simili a quelli che, per tre settimane, sconvolgeranno Andreas, in bilico tra la poetica carnale della vita e il desiderio incrollabile, in apparenza -di nuovo- inutile, di tenere fede alla parola data e saldare il debito con “la piccola Thérèse”. Primo degli unici due adattamenti letterari girati dal bergamasco -assieme a Il segreto del bosco vecchio (1993), tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati-, l’idea nacque da Lalla, moglie del critico e amico Tullio Kezich, collaboratore alla sceneggiatura; a lei, scomparsa durante le riprese, è dedicato il film.

“Roberto Cicutto si era innamorato del racconto e ne aveva acquisito i diritti. Vari registi avevano rifiutato l’offerta. Lalla mi disse: E se ne parlassimo con Ermanno? Pensavo che fosse una mossa inutile”. La proposta arrivò, inoltre, in un momento delicato perché Olmi stava ritornando in prima linea: quattro anni di silenzio artistico finiti con Lunga vita alla signora! (1987), occasione “per rimisurarmi dopo la malattia. Ho verificato che potevo ancora praticare il mio lavoro”. Eccome: il film vinse il Leone d’argento a Venezia, stesso palcoscenico sul quale, un’estate più tardi, La leggenda del santo bevitore gli avrebbe fatto alzare il Leone d’oro. “La mattina dopo mi affaccio al balcone e lo vedo, ancora claudicante, con il libretto sotto il braccio: LO FACCIAMO SUBITO!”.

Era la cronaca di un colpo di fulmine annunciato. Dal debutto dietro la macchina da presa, con più di una quarantina di documentari girati per l’Edison negli anni ’50, Olmi aveva esposto le credenziali di una carriera alla ricerca dell’umanità in qualsiasi situazione, nonché del rapporto tra esistenza quotidiana e trascendenza. Due costanti che permearono sia la sua produzione cinematografica sia la sua vita. Roth aveva, dunque, cucito un completo su misura per il santo patrono dei “beati quelli che”, delle storie minime, forse per questo le più politiche: mentre lui esordiva nel lungometraggio con Il posto (1961), seguito da I fidanzati (1963), Francesco Rosi lavorava a Salvatore Giuliano (1962) e Le mani sulla città (1963). Per il narratore dei mondi piccoli che si fanno universali.

Per seguire i passi spesso traballanti, sempre luminosi, di Andreas, Olmi lasciò la Bassa e si istallò a Parigi, una città che fa sua, carica di cogente concretezza umana e, tutt’insieme, sospesa nel “non-tempo” della fiaba. “La difficoltà maggiore è stata la circolazione. Parigi non ti affitta il terreno, perciò venivano mandate un centinaio di automobili la sera prima a occupare il posto dove la mattina si sarebbe girato”. A nord della Ville Lumière, soprattutto tra il XVIIe e XVIIIe arrondissement, modella e (re)inventa la “città villaggio”: una Parigi fuori da Parigi che sventola la sua anima profonda. Bistrot, negozi, chiese, alberghi, lungosenna tappezzati di foglie secche: ad ogni angolo, la fotografia di Dante Spinotti spalanca le porte di un realismo magico invernale e morbido.

Perché, ne La leggenda del santo bevitore, sogno e realtà non collidono, si fondono, facendo sì che percepiamo il mondo allo stesso modo di Andreas, avvolto da un denso velo di seta; reduce della propria esperienza del dolore, Olmi rifletteva come “la febbre ti fa vedere la realtà attraverso un’altra lente, ti da una lucidità incredibile”. Come l’alcol. “L’aldilà nell’aldiquà”, nella definizione di Claudio Magris, sensazione rafforzata dal delicato intreccio di tempi narrativi per fissare le tessere della vita di quest’uomo che, come Roth, non appartiene più a nessun posto: tutto ciò che conosceva(no) è squassato in ogni sua parte, condizione sottolineata mediante l’uso continuato di specchi e vetrine nei quali / attraverso le quali Andreas osserva se stesso e gli altri, e noi osserviamo lui.

Questa volta, “Ermanno si convinse quasi subito che avrebbe dovuto prendere un attore professionista”, assicurava Kezich, poco abituali in una filmografia lontana dai divi. Il cast vede i volti antichi di Sandrine Dumas, Dominique Pinon e sir Anthony Quayle, il misterioso benefattore, nel suo ultimo ruolo cinematografico. L’attore inglese arrivò sul set in zona Cesarini e stabilì un eccellente rapporto con Olmi: “Un grande signore, uomo di raffinata cultura, siamo diventati amici per elezione, proprio per affinità. Siamo rimasti in contatto fino alla sua morte, due anni dopo”. Ma il “santo bevitore” era tutta un’altra storia. Un ruolo molto complesso, dalla carnalità e dalla delicatezza folgoranti, senza scampo: ogni respiro del film era destinato a ruotare attorno a lui.

Un diamante con una bomba ad orologeria nel ventre che sorvolò due teste eccellenti. Robert De Niro, come tanti americani, nutriva grande ammirazione per Olmi da L’albero degli zoccoli e, desideroso di lavorare in Europa, sbarcò a Parigi durante i sopralluoghi, ma finì per rinunciare al ruolo; a dir di Kezich, “era stupefatto, non riusciva assolutamente a capire il significato del film”. Giù anche il birillo di Marcello Mastroianni, giacché ci voleva “un attore che avesse prestigio, ma non un volto inflazionato”. Il miracolo definitivo arrivò in città alla guida di una roulotte. “Conoscevo Rutger nelle parti da uomo d’azione di grande crudeltà”, ricordava il regista, “poi ho visto Blade Runner e mi è piaciuta molto la sua umanità, che traspariva da quella sua condizione umanoide”.

Nato a Breukelen, ovverosia la Brooklyn originale, aveva lasciato a malincuore il mare (benedetta acromatopsia) per il cinema e, dall’esordio nel 1973 a fianco di Paul Verhoeven (Turks fruit, candidato all’Oscar come miglior film straniero, spaccò il botteghino olandese), era immerso in una voragine di titoli di culto –I falchi della notte (Bruce Malmuth, 1981), Ladyhawke (Richard Donner, 1985), L’amore e il sangue (Verhoeven, 1985), The Hitcher (Robert Harmon, 1985). Il tutto, però, senza mai perdere il suo alone di outsider perpetuo. “Da una parte, molto possibilista”, rievocava divertito Kezich, “dall’altra, folle. Un mezzo divo con abitudini zingaresche”. Anzi, nemmeno mezzo. Con lui, nessun capriccio da stella di Hollywood, che definì “un posto di merda”.

Olmi fu, del resto, il suo regista italiano preferito: “Un maestro”. Lo confermò il critico triestino: “Misteriosamente si appartavano, si capivano non so come”. Perché Andreas era stato inconsapevolmente creato ad hoc per loro, come le deliziose note distorte di Stravinskij che commentano il racconto. Smarrimento, euforia, malinconia, pudore, innocenza, dolore, incanto: qui non serviva soltanto una bravura attoriale smisurata, ma anche uno sguardo capace di trasformare la tragedia in luce, uno di quei volti senza fondo su cui passano tutte le emozioni, governato dal caos della bellezza estrema. Rutger / Andreas è la sublimazione della dignità umana cercata da Olmi, in un viaggio dell’anima, quasi una rêverie, a metà strada tra le parabole chassidiche e le parabole evangeliche.

Gentiluomo senza indirizzo, con un senso inscalfibile dell’onore, “un po’ minatore come mio padre, un po’ contadino come mio nonno”, Andreas incarna la tensione tra presente e passato: una creatura estranea a qualsiasi società, incubo ricorrente dello scrittore e del regista. La leggenda del santo bevitore è una storia di caduta e redenzione che racconta le fragilità dell’essere umano, di chi ha capito senza accorgersene, come rifletteva Olmi, che “l’amore precede alla fede ed è l’elemento essenziale nell’uomo”. Ogni sua mossa, persino la più sottile, riempie il tempo e lo spazio, i lunghi silenzi di un film fatto in apparenza -ancora- di quiete, sotto il quale scorre, come un fiume in piena, la vita. Una vita che ha perso tutto, tranne ciò che il maestro denominava “la facoltà della poesia”.


La leggenda del santo bevitore

Un film di Ermanno Olmi, 1988. Italia – Francia, Cecchi Gori Group – Tiger Cinematografica – Aura Film, in collaborazione con Rai Uno. Colore, 128′.

Soggetto: tratto dal racconto omonimo di Joseph Roth. Sceneggiatura: Ermanno Olmi, con la collaborazione di Tullio Kezich. Interpreti: Anthony Quayle, Cécile Paoli, Dalila Belatreche, Dominique Pinon, Francesco Aldighieri, Jean-Maurice Chanet, Joseph De Medina, Rutger Hauer (doppiatore: Francesco Carnelutti), Sandrine Dumas, Sophie Segalen. Fotografia: Dante Spinotti. Montaggio: Fabio Olmi, Paolo Cottignola. Scenografia: Jean-Jacques Caziot, Gianni Quaranta. Musiche: Igor’ Stravinskij. Riconoscimenti: Leone d’oro alla XLV Mostra internazionale del cinema di Venezia. David di Donatello 1989: miglior film, migliore regia, migliore fotografia, miglior montaggio. Nastri d’argento 1989: migliore regia, migliore sceneggiatura.

Citazioni tratte da: Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (Claudio Magris, 1971), Ermanno Olmi (Charles Owens, 2001), interviste a Ermanno Olmi (presentazione di Io e Cristo, di don Luigi Verzè, Milano, 2007 – SOUL, 2016), intervista a Tullio Kezich (La leggenda del santo bevitore, Blu-ray 4K Arrow Academy, 2017), interviste a Rutger Hauer (I’ve Seen Films International Film Festival, Milano, 2011 – Cineteca di Bologna, 2012 – La leggenda del santo bevitore, Blu-ray 4K Arrow Academy, 2017).