Nell’Epistola ai Pisoni (13 a.C.), Orazio avvertiva i lettori che una mistione di elementi belli, qualunque fosse la loro natura, non garantiva la bellezza del prodotto finale. Se, all’alba dell’Ottocento, il dottor Victor Frankenstein confermò i timori del poeta, un secolo e mezzo dopo Henri Verneuil disse che quella regola là lo convinceva “proprio poco, poco, poco…” (cit.).
Alain Delon ne Il clan dei siciliani. Henri Verneuil, 1969.

A metà degli anni ’50, il caper -o heistmovie entrò in scena, pronto a lasciare in eredità una sfilza fiammante di film che, dall’alto di un’impalcatura noir, cedevano le luci della ribalta a un “colpo grosso”. Gioielli, soldi, documenti segreti, opere d’arte: tutto va bene all’armata Brancaleone protagonista, a volte sofisticata, a volte sgangherata, spesso affascinante, formata da archetipi -dal leader alla scheggia impazzita, dalla ragazza al re Mida degli aggeggi tecnici- che garantiscono un’attenzione quasi documentaristica alle meccaniche di furti e rapine, non soltanto all’esecuzione, ma anche alla pianificazione chirurgica (lo sapeva Peppe er Pantera: “Tutto calcolato, tutto sc-sc-scientifico”) e al post-partita, durante il quale, di solito, la perfezione sc-sc-scientifica va a farsi benedire.

Sebbene le sue origini risalgano agli albori del cinema, come in The Great Train Robbery (Edwin S. Porter, 1903), a definire il filone furono Rififi (Jules Dassin, 1955) e Bob il giocatore, primo noir di Jean-Pierre Melville (1956), due figli dell’universo letterario di Auguste Le Breton. Dalla stessa penna uscì, nel 1967, Il clan dei siciliani, ancora un prezioso materiale cinematografico di cui si innamorarono Verneuil e il produttore Jacques-Eric Strauss, che attraversarono un lungo corridoio di porte chiuse fino ad arrivare a quella di Darryl Zanuck. Grazie alla leggenda della 20th Century Fox, il film vide la luce il primo dicembre del 1969, chiudendo un annus mirabilis per i caper, aperto -letteralmente: uscì in sala il primo gennaio- da Un colpo all’italiana, di Peter Collinson.

Sei mesi di lavoro nell’appartamento parigino del regista, spalla a spalla con Pierre Pelegri e José Giovanni, diedero corpo alla sceneggiatura, che ci butta proprio lì, nel cuore della Ville Lumière, in medias res: Roger Sartet (Alain Delon), rapinatore pluriomicida, evade durante un trasferimento in cellulare con l’aiuto del clan Manalese, sotto lo stivale di ferro del patriarca Vittorio (Jean Gabin). Un lavoro impeccabile che sfocia in una nuova proposta: il furto di una collezione di alta gioielleria francese in mostra a Roma. Nonostante le differenze nella concezione del mestiere, il gruppo fa una entente più o meno cordiale per portarlo a termine, ma i sistemi di sicurezza si rivelano talmente inespugnabili da lasciare un’unica opzione: il dirottamento dell’aereo che trasporterà la mostra a New York.

“Vuoi dirottare l’aereo? Va bene in politica, quando sai dove vai. Nessun problema, magari ti danno una medaglia”. Battuta esagerata? No e, per di più, pregna di amara ironia, giacché questo genere di pirateria aerea era allora tutt’altro che sconosciuta all’opinione pubblica: Cuba ne sapeva qualcosa. Non ci può, quindi, stupire che un aereo dirottato alle porte della Grande Mela attirasse l’attenzione del più “americano” dei registi europei. Se Verneuil amava definirsi “un narratore orientale”, il suo assistente Bernard Stora diceva che era “un uomo di spettacolo”. In realtà, entrambi avevano ragione e Il clan dei siciliani ne è la conferma, l’epitome di una carriera contrassegnata da un superbo senso dell’intrattenimento, una cura formale squisita e un’efficacia narrativa invidiabile.

Il mago Verneuil tira fuori dal cappello a cilindro un prodigio di ritmo e tensione a tratti hitchockiana, senza trascurare la malinconia e l’introspezione del polar -perché è, nonostante tutto, profondamente francese, indubbiamente europeo-, raccontandolo con la fretta giusta, assoluta raffinatezza e, parola d’ordine, “chiarezza. Mi fa orrore che qualcuno si appropinqui al suo vicino di poltrona per chiedergli spiegazioni. Sono un narratore orientale che ti fa dire: E dopo? Questa è la mia suspense. E, di pari passo, la veridicità: l’evasione, la fuga da un palazzo senza apparente via d’uscita o l’atterraggio dell’aereo sono un tripudio di spettacolarità, ma anche di sobrietà, senza manierismi né eccessi fumettistici. Professionisti del crimine e professionisti del cinema.

Se la lezione di montaggio è di Pierre Gillette, quella di fotografia è del maestro della Nouvelle Vague Henri Decaë, qui faro che illumina con lo stesso realismo magico L’Île de la Cité, i quartieri moderni, tra appartamenti e bistrot di sgargianti rossi e arancioni, e i bassifondi di alberghi senza stelle e negozi nella periferia della legge; assieme a loro, scorci romani -Villa Borghese, Piazza Navona, Piazza della Minerva- e sguardi alla costa azzurra e oltreoceano. Eccellenze tecniche al servizio di un film nel quale, però, i personaggi non sono incidenti di percorso, bensì -un’altra costante in casa Verneuil- il fulcro di una storia che avanza al ritmo delle loro ambizioni e passioni, delineati con garbo e ironia, dai colonnelli a, ecco il tocco Giovanni, tutto l’alveare di malfattori di piccolo cabotaggio.

Verneuil aveva già diretto Gabin e Delon in Colpo grosso al casinò (1963), sfruttando l’idea delle due generazioni di ladri uniti per un obiettivo comune, e la scommessa, di nuovo, si rivelò vincente. All’attore parigino, all’epoca 65enne, la giacca del patriarca siciliano, segnato da una difesa tellurica dell’onore di famiglia e dalla tentazione dell’ultimo colpo, gli scende con un perfetto aplomb. “Ho lasciato la Sicilia a 9 anni. A pedate, inoltre. Ora avrò gli inchini di chi mi ha visto mendicare. Sarà uno spettacolo”. È il mito del ritorno all’origine, lo stesso desiderio trasversale presente nello sguardo orgoglioso di Carmela (Stefania Sandrelli) in Delitto d’amore (Luigi Comencini, 1974), consumata nel fisico dai fumi colorati della fabbrica milanese: “Noi in Sicilia da signori vogliamo tornare!”.

Padreterno del microcosmo afoso di 64 Quai de Jemmapes, palazzo familiare e sede della ditta Manalese e figli di giocattoli elettronici, sa che qualsiasi elemento estraneo al clan, per sangue o per geografia, può aprire una crepa nel muro di insospettabilità. Ne ha le carte in regola Sartet, lupo senza branco, schedato dall’adolescenza, nel quale tutto -bellezza, arroganza, ambizione- è insolente: “Non vogliamo morti / Non lo si può stabilire prima / Noi sì”. Condannati a capirsi e tagliati su misura per i rispettivi ruoli, Il clan dei siciliani probabilmente sia, però, il film di Lino Ventura; spronato da Gabin, partecipò in quella che poi si sarebbe rivelata l’ultima riunione dei due amici sul grande schermo, 16 anni dopo il loro primo incontro, nonché esordio del parmigiano, in Grisbì (Jacques Becker, 1954).

Nei panni del commissario Le Goff, personaggio che crebbe esponenzialmente in sede di sceneggiatura, diventa l’irresistibile terza persona della trinità di questo western metropolitano che Ennio Morricone lesse alla perfezione, tra scacciapensieri e riff di chitarra: un concentrato di umanità, caparbietà e quella “eleganza morale”, nelle parole del regista, che permeava l’uomo e l’attore. Difatti, Lino era uno dei pochi che Verneuil frequentava fuori dai set, assieme a Fernandel e al proprio Gabin. Da 100.000 dollari al sole (1963), tra di loro si era stabilita una connessione personale -figli di immigrati, arrivati in Francia senza sapere una parola della lingua- e un’ammirazione professionale reciproca: “Con Lino si discuteva molto prima delle riprese; una volta cominciate, mai”.

I soldi della Fox patrocinarono così la riunione delle tre generazioni del noir francese, regalandoci un delizioso mosaico di presenze sceniche e tempi recitativi, purtroppo ottenebrato nel clan “americano”, ovverosia nella versione girata in simultanea a quella originale, più breve, con inquadrature diverse, che mantenne soltanto la voce di Delon, anche se tutti e tre recitarono in inglese. Ça va sans dire, non ci sono paragoni. L’altro pedaggio di Zanuck fu l’allora compagna Irina Demick nel ruolo femminile protagonista, pompato ad hoc dagli sceneggiatori: Jeanne, nuora di Manalese, immancabile complicazione romantica e parte attiva nello sviluppo del colpo. La sua chimica con Sartet, come il claxon della Subaru Baracca, “deficita un po’”, ma non possiamo dire che il risultato sia disastroso.

Il cast nel complesso funziona bene, molto bene, in particolare un giovanissimo Marc Porel, la “quarta” generazione, che dà vita a Sergio, il più piccolo e fiero della famiglia, Sydney Chaplin -debuttante accanto a suo padre in Luci della ribalta (1952), poi attivo nel nostro cinema, compreso il primo Sartana– nei panni di Jack, custode della cabina di pilotaggio durante il dirottamento, e Leopoldo Trieste come il ricettatore Turi. Sì, Il clan dei siciliani è, per molti versi, un “Italian Job” e, a mettere la ciliegina sulla torta, arrivò Amedeo Nazzari, che fa di Tony Nicosia, boss trapiantato a New York, cervello del colpo, la seconda anima di questa storia, assieme a Ventura, confermando per l’ennesima volta -fu uno degli ultimi ruoli di una carriera quarantennale- il suo talento da fuoriclasse.

Nel primo film di mafia dell’era moderna, Nazzari -soave, brillante, implacabile- condivide con Gabin alcune delle scene più belle e cruciali per comprendere fino in fondo questo gruppo di famiglia in un interno (e molti esterni), fatto di percorsi obbligati e ramificazioni ovunque, in bilico tra tradizione e modernità, senza connotazioni romantiche né idealizzazioni, che piantò il seme di ciò che Francis Ford Coppola avrebbe portato alla drammaticità (ed epicità) assoluta ne Il padrino appena tre anni dopo. Dunque, Orazio aveva torto? No, ma Verneuil, immune alle vertigini di lavorare con materiali preziosi davanti e dietro una cinepresa che sapeva piazzare sempre nel punto giusto, semplicemente dimostrò che ogni regola ha le sue gloriose eccezioni. E questa s’intitola Il clan dei siciliani.


Il clan dei siciliani

Un film di Henri Verneuil, 1969. Francia – Italia, Les Films du Siècle – Fox Europa. Colore, 125′ (versione francese o internazionale), 118′ (versione US).

Titolo originale: Le Clan des Siciliens. Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Auguste Le Breton. Sceneggiatura: Henri Verneuil, José Giovanni, Pierre Pelegri. Interpreti: Alain Delon, Amedeo Nazzari, André Thorent, Elisa Cegani, Gérard Buhr, Irina Demick, Jean Gabin, Karen Blanguernon, Leopoldo Trieste, Lino Ventura, Marc Porel, Philippe Baronnet, Sally Nesbitt, Sydney Chaplin, Yves Lefebvre. Fotografia: Henri Decaë. Montaggio: Pierre Gillette. Scenografia: Jacques Saulnier. Musiche: Ennio Morricone, dirette da Bruno Nicolai.

Citazioni tratte da: Jean Ollé-Laprune, Le cinéma policier français. 100 films, 100 réalisateurs (Hugo Image, 2020), Philippe Lombard, Lino Ventura: Le livre coup de poing ! (Hugo Image, 2022), Delon en large et en travers (Marabout, 2022).