Bellissimo, atletico, incantevole. La vita di Scott Mary (Giuliano Gemma) dovrebbe essere perfetta. Dovrebbe, appunto, poiché il nostro eroe, di giorno, pulisce le strade e tutta (tutta) “la roba dei rispettabili cittadini di Clifton”, che ci tengono a sottolineare la sua condizione di “bastardo portamerda” cresciuto nel retro del bordello; di notte, si allena con una pistola di legno e dorme in una stalla accanto agli arnesi del mestiere.

Un’esistenza di umiliazioni quotidiane che si capovolge quando cade sotto l’egida del vecchio Frank Talby (Lee Van Cleef). L’inaspettata intesa scuoterà gli equilibri di potere apparentemente granitici di Clifton e farà capire a Scott, in procinto di diventare la pistola (vera) più veloce del West, che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. No, questa non è una citazione de I giorni dell’ira, ma è perfetta. Come il film.

Giuliano Gemma ne I giorni dell'ira. Tonino Valerii, 1967.
Giuliano Gemma ne I giorni dell’ira. Tonino Valerii, 1967.

I giorni dell’ira (1967) è una storia di maestri e allievi non soltanto davanti, ma anche dietro la macchina da presa. Il secondo lungometraggio di Tonino Valerii, già aiuto regista di Sergio Leone in Per un pugno di dollari (1964) e Per qualche dollaro in più (1965), spunta tra le vette di una carriera magnifica, mai abbastanza ricordata, assieme a Il mio nome è Nessuno (1973) e, in un sublime excursus giallo, Mio caro assassino (1972). Dopo aver assestato un bel colpo al botteghino con la sua opera prima, Per il gusto di uccidere (1966), Valerii proseguì sul sentiero del western, volgendo gli occhi, per impersonare il protagonista della nuova avventura, verso Lou Castel, reduce di un altro giovane tormentato in cerca di se stesso ne I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965).

L’attore svedese, però, “non era ancora abbastanza commerciale per i distributori”, ricordava il regista, “mi dissero: se potessimo avere Giuliano Gemma, il film sarebbe immediatamente fatto”. In una sorta di congiunzione astrale, racconta lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi“Gemma si innamorò del copione” e un progetto nato “come un film a basso costo” si trovò a disposizione due delle stelle più popolari del momento: se Lee Van Cleef stava vivendo una seconda giovinezza in Italia grazie alla “trilogia del dollaro” –I giorni dell’ira fu, difatti, l’ultimo titolo di un secondo trittico ideale composto da La resa dei conti (Sergio Sollima, 1966) e Da uomo a uomo (Giulio Petroni, 1967)-, Giuliano Gemma era diventato il volto angelico prediletto del genere dopo il successo dei Ringo.

La legge degli antipodi (caratteriali, fisici, anagrafici) sfociò in un’accoppiata affascinante, attorno alla quale Gastaldi, Valerii e Renzo Genta tesserono una di quelle storie di tutoraggio su misura per le terre di frontiera sottomesse alla parola della pistola e il dollaro; basti pensare che, solo in Italia e solo nel 1967, tre film raccontarono viaggi iniziatici con risultati molto interessanti: il proprio Lee nel sopracitato Da uomo a uomo, Bandidos, di Massimo Dallamano, e Il tempo degli avvoltoi, di Nando Cicero. La sceneggiatura è, in teoria, un adattamento di Der Tod ritt dienstags, La morte cavalca il martedì, ma di questo fantomatico romanzo di un tale Ron Barker, oggi, non c’è alcuna traccia e sembra che si trattasse di una trovata per, ehm, incentivare l’afflusso di capitali tedeschi.

Fantasiosi marchingegni a parte, c’è una verità incontestabile ed è che si tratta di un copione di ferro che rispecchia una costante nella produzione del regista abruzzese, ovvero la fedeltà agli stilemi del genere in cui si muove combinata con un elegante occhio d’autore che si traduce in delle opere profondamente accattivanti e intelligenti. Così, I giorni dell’ira appare cosparso di dettagli che evidenziano la sua formazione, come gli psichedelici titoli di testa di Iginio Lardani, il ruolo ctonio della colonna sonora -un gioiello di Riz Ortolani, poi saccheggiato da Quentin Tarantino– o la costruzione dei personaggi, da Lee nei panni di un novello e ambiguo Mortimer alla presentazione dell’eroe che, trascinando un carretto di rifiuti, raggiunge un nuovo livello di “sporcizia leoniana”.

Tuttavia, Tonino Valerii porta avanti la sua reinvenzione dell’epopea del West con un approccio plumbeo e introspettivo e una macchina da presa che lascia respirare i protagonisti; ad esempio, c’è un solo duello con i famigerati primissimi piani dei volti che si osservano a vicenda. La regia sobria, efficace e attenta ai dettagli -sono particolarmente felici i giochi di specchi, marchio particolare di fabbrica, come traslato della perdita e riacquisto dell’identità e dell’apparizione e sparizione dell’alter ego- sfrutta i paesaggi naturali e architettonici non soltanto alla ricerca della pura bellezza estetica -favolosa, sublimata dalla fotografia di Enzo Serafin, responsabile dei sontuosi bianchi e neri di Michelangelo Antonioni-, ma anche mettendoli al servizio del racconto in maniera impeccabile.

A cavallo del montaggio di Franco Fraticelli, la tensione narrativa de I giorni dell’ira è mirabile, segnata dalla continua mutazione dei rapporti di forza tra i protagonisti e attraversata da un geniale espediente narrativo, le “dieci lezioni” di Talby, che scandiscono la storia dal loro primo incontro -omaggio all’arrivo del Monco (Clint Eastwood) a El Paso in Per qualche dollaro in più– fino alla memorabile scena finale: l’ultimo fotogramma dei film di Valerii, come di consueto, abbonato al brivido. Un’idea accennata nello stesso anno da Gianni Puccini nella sua rilettura di Romeo e Giulietta, Dove si spara di più, con gli insegnamenti di Lefty (Andrés Mejuto) al pivello Johnny Monter (Peter Lee Lawrence). Il 1967, benedetto dagli dei del western, non c’è che dire.

La prima parte del film si concentra nel processo di formazione di Scott: il giovane lascia il suo pezzettino d’inferno in terra e, accanto al misterioso pistolero, si mette in viaggio lungo la frontiera dell’Arizona per conquistare il diritto, un battesimo di fuoco alla volta, di sedersi alla tavola fisica e simbolica di quel padre che gli ha dato persino un cognome: “Scott Mary [nome di sua madre]? Tutti riderebbero di me, se mi facessi chiamare così… / Può darsi. Ma non saresti capace di farli smettere?”. Sì, ne I giorni dell’ira ci sono sparatorie, sanguinosi cambiamenti di connotati, fiamme che si stagliano nel buio della notte e un duello a cavallo -un altro pezzo di bravura tecnico di Valerii- tra Talby e Owen White (Benito Stefanelli), con tanto di caricamento dell’arma durante il galoppo.

Ma il regista fa propria la sesta lezione di Talby (“La pallottola giusta nel momento giusto”, del resto, un capitolo mai negoziabile del suo vademecum) e dosa con mano sapiente queste esplosioni di violenza fisica, puntando più sulla costruzione di un’atmosfera asfissiante, fatta di violenze latenti, sopraffazioni giornaliere e dignità calpestate. Difatti, tra le obiezioni dei censori di turno spiccava “il clima di violenza continuata e spietata” in un film che, come rifletteva Gemma, “parla delle ingiustizie personali e sociali dal punto di vista delle vittime”. Un compromesso che veicola attraverso “la violenza tipica del western italiano: il mio personaggio esperimenta una trasformazione causata da forze esterne che nessuno avrebbe mai potuto immaginare prima”.

Omero e Sofocle (e anche William Shakespeare: non manca un’indimenticabile strizzata d’occhio al Riccardo III) gettano le fondamenta di questa preziosa tragedia dalla potente valenza sociale -non ci può, dunque, stupire la preferenza iniziale di Valerii per Castel, in quanto volto del film manifesto precursore della contestazione giovanile sessantottina-, che nuota tra molti temi cari al regista, “l’eterna ricerca del padre” e, soprattutto, il diritto di emancipazione di ogni essere umano -la sua simpatia verso gli ultimi non ha, però niente di macchiettistico, niente di propagandistico- e la capacità distruttiva del potere economico e politico senza freni: impressionante la forza simbolica della pistola nel (letteralmente) basamento del nuovo casinò di Clifton.

I giorni dell’ira enuncia il suo J’accuse…! contro un proto-capitalismo darwiniano in grado di devastare l’animo umano, sgombrando la strada a un altro capolavoro del genere, Il grande silenzio (Sergio Corbucci, 1968), uscito in sala undici mesi dopo. “Cosa gli avete fatto? Sembra un lupo idrofobo”, chiedono tutti a Talby, quando la coppia ritorna in città. “Un lupo lo è per nascita. Idrofobo lo avete reso voi”. Il processo di trasformazione dei protagonisti esplode definitivamente nella seconda parte del film, come definitivamente esplodono le loro superbe prestazioni attoriali: una marea di carisma, di attrazione e repulsione, Lee; irresistibile Gemma, più sfaccettato dell’incantevole Ringo, in linea con quanto preannunciato ne I lunghi giorni della vendetta (Florestano Vancini, 1966).

Di nuovo nella sua Itaca, Scott si risveglierà da quel particolare “sogno americano” in balia di un gioco di lealtà tra il “padre” e gli unici che l’hanno sempre amato e rispettato: Bill, mezzo cieco e alcolizzato (José Calvo), e lo stalliere Murph Allan (Walter Rilla). Loro saranno l’Argo di un giovanissimo Ulisse, il Tiresia di un inopinato Edipo in mezzo a un intreccio di vendette nel quale è probabile che nessuno sia ciò che sembra. Un turbinare continuo che porta a livelli magistrali il precario baricentro morale del western italiano. E, con tutte le parti costrette a violare quei dieci comandamenti, parola rovesciata di Dio, Scott dovrà decidere se vale la pena di perpetuare il ciclo della violenza in onore di una rivalsa che potrebbe avere un prezzo troppo alto: quello di tradire la propria natura.

Le dieci lezioni di Frank Talby

I. Non pregare mai un altro uomo.
II. Non fidarti mai di nessuno.
III. Mai mettersi tra una pistola e il suo bersaglio.
IV. I pugni sono come i colpi di pistola: se sbagli il primo, sei già bello spacciato.
V. Quando spari a un uomo, devi ucciderlo o, prima o poi, lui ucciderà te.
VI. La pallottola giusta nel momento giusto.
VII. Prima di sciogliere un uomo, bisogna disarmarlo.
VIII. Non dare mai a nessuno più pallottole di quante gliene servano.
IX. Chi non accetta una sfida, l’ha già perduta e l’ha perduta nel modo peggiore.
X. Quando un uomo comincia a uccidere, non può più smettere.


I giorni dell’ira

Un film di Tonino Valerii, 1967. Italia – Germania Ovest, Sancrosiap – Corona Film, KG Divina Film. Colore, 114′.

Soggetto e sceneggiatura: Ernesto Gastaldi, Renzo Genta, Tonino Valerii. Interpreti: Andrea Bosic, Benito Stefanelli, Christa Linder, Ennio Balbo, Franco Balducci, Giorgio Gargiullo, Giuliano Gemma, José Calvo, Lee Van Cleef, Lukas Ammann, Walter Rilla, Yvonne Sanson. Fotografia: Enzo Serafin. Montaggio: Franco Fraticelli. Scenografia: Piero Filippone. Musiche: Riz Ortolani. Dichiarazioni tratte da: intervista a Ernesto Gastaldi (Day of Anger, Arrow Video, 2015), Tonino Valerii. The Films (Roberto Curti, McFarland, 2016).

I due film italiani più visti della stagione 1967-68 furono due western: I giorni dell’ira (5º posto) e Dio perdona… io no! (4º posto), esordio alla regia di Giuseppe Colizzi e debutto della coppia Bud SpencerTerence Hill.

DIO PERDONA… IO NO!