Francesco Dellamorte (Rupert Everett), custode del cimitero di Buffalora, svolge le sue mansioni con la freddezza burocratica che tanto detesta; tra di esse, l’uccisione dei “ritornanti”, i morti che si risvegliano entro una settimana dal decesso in preda a freschissimi istinti omicidi. Una routine che porta avanti con la sola compagnia di Gnaghi (François Hadji-Lazaro), mentre cerca di azzerare i contatti con il resto del mondo. Fino al giorno in cui, all’interno dell’ennesimo corteo funebre, scorge una giovane vedova, lei (Anna Falchi), che mina le fondamenta del suo microcosmo.
Rupert Everett e Anna Falchi in Dellamorte Dellamore. Michele Soavi, 1994.

Vent’anni di attesa

Nel 1987, dopo un percorso iniziatico tuttofare a fianco dei patriarchi del genere, Michele Soavi aveva finalmente rivendicato il suo trono nel regno delle tenebre del cinema italiano con un glorioso esordio slasher, Deliria, al quale fecero seguito due bombe ad orologeria di orrore esoterico, La chiesa (1989) e La setta (1991). Per la quarta fatica registica, la bilancia pendette a favore di una fiaba nera senza precedenti né paragoni. L’idea iniziale di Soavi, ammiratore del lavoro del fumettista Tiziano Sclavi, era quella di mettere su pellicola le avventure dell’ormai celeberrimo detective Dylan Dog. “L’ho chiamato e mi sono presentato a casa sua. Fu molto lusinghiero, gli era piaciuto La chiesa, ma aveva già promesso i diritti a un altro regista”.

La dea Fortuna, però, non ci lasciò orfani. Sclavi approfittò per svegliare dal sonno dei giusti, alla maniera dei ritornanti, il romanzo Dellamorte Dellamore, scritto nei primi anni ’70, ma ancora inedito, “bocciato dalla casa editrice perché molto triste e cupo”; revisionato, corretto e ridotto a 130 pagine (la prima versione ne aveva 300), vide finalmente la luce nel 1991, diventando un successo editoriale. “Dei miei romanzi”, assicura l’autore, “mi piace dire che, alla loro uscita, hanno sempre suscitato enormi esplosioni di totale indifferenza, ma Dellamorte Dellamore ha fatto eccezione”. La trasposizione cinematografica, con una sceneggiatura curata a quattro mani con Gianni Romoli, cervello de La setta, uscì in sala il 25 marzo del 1994. L’attesa valse la pena? Eccome.

Scelte (quasi) perfette

In una sorta di predestinazione, il protagonista in carne e ossa poteva avere solo un nome: Everett era stato il punto di riferimento nella creazione di Dylan Dog e Francesco Dellamorte altro non è che l’alter ego del detective, “l’anima oscura”, come definito da Romoli. L’incontro tra i due era avvenuto nell’albo speciale Orrore nero (1989), a cavallo tra l’immaginaria cittadina lombarda e Londra, che evidenzia quanto i due personaggi -e, assieme a loro, gli assistenti Groucho e Gnaghi- siano speculari. Se Dylan è alle prese con la costruzione di un modellino di galeone spagnolo ed è un amante del clarinetto, Francesco lavora alla ricostruzione di un teschio umano e si diletta nel collezionismo -e aggiornamento- di vecchi elenchi telefonici e necrologi.

E, per quanto riguarda i loro rapporti con il paranormale, se Dylan cerca di risolvere i misteri, Francesco tende a ingarbugliarli ancor di più e, soprattutto, è un mistero lui stesso. Perché nessuno si avvicina al becchino di Buffalora. “È assolutamente unico”, afferma l’attore inglese, “non conosco un altro film come questo”. Con due esperienze cinematografico-letterarie italiane alle spalle –Cronaca di una morte annunciata (Francesco Rosi, 1987), Gli occhiali d’oro (Giuliano Montaldo, 1987)-, Everett si dimostrò tagliato su misura per il ruolo, oltre alle fata, grazie al suo squisito talento, immedesimandosi in questa “sottospecie di Romeo” paranoico, cinico, romantico, malinconico e poetico, che si muove, come Dylan, “attraverso lo specchio”, con una naturalezza disarmante.

Un’altra caratteristica del cosmo di Sclavi, ovvero le frontiere labili tra la luce e le tenebre, salta in mente quando si parla dei nomi che completano la triade protagonista. Da una parte, la felice intuizione di Hadji-Lazaro, incantevole nei panni di Gnaghi, il suo primo ruolo di spessore; un po’ fratello piccolo, un po’ angelo custode di Francesco, il musicista parigino si rifà al cinema muto per dare vita a questo concentrato di innocenza che si rapporta con il mondo attraverso una sola parola, “Gna!”. Dall’altra, una delle ragioni (quella brutta) per cui bisogna vedere il film in inglese. Una particolarità che, come abbiamo già affrontato, condivide con Deliria, in quell’occasione, per ascoltare la stupenda recitazione originale di David Brandon e Giovanni Lombardo Radice.

In Dellamorte Dellamore, la ragione bella dell’anglofilia è, naturalmente, Everett. Roberto Pedicini realizza uno splendido lavoro e, non a caso, è stato la voce italiana dell’attore in titoli fondamentali della sua carriera, tra cui La pazzia di Re Giorgio (Nicholas Hytner, 1994) e le gite nei boschi di Oscar Wilde. Ma la versione originale è imbattibile, proprio per quella flemma britannica che segna la geniale cifra stilistica di Sclavi. La ragione brutta risponde, ahimè, alla nulla credibilità di Falchi davanti alla cinepresa: la sua imbarazzante prestazione attoriale riceve il colpo di grazia di un doppiaggio italiano ridicolamente artificioso, mentre la versione in inglese, sebbene non possiamo gridare al miracolo, attenua l’unica grande sbavatura di un film pressoché perfetto.

Realismo magico

Mentre scorrono i titoli di testa, l’inquadratura si apre su una palla di neve; all’interno, Francesco e Gnaghi, badile in mano, protetti da un vetro sottile, dove la più piccola scossa può scatenare una tempesta. È la metafora di questa storia di confini inestricabili tra la vita e la morte, l’amore e l’odio, il bene e il male, il mondo dentro e il mondo fuori. Nel microcosmo del cimitero, nel microcosmo di Buffalora, c’è tutto, così come c’è tutto in Dellamorte Dellamore. “Ho trasformato la storia, adattandomela addosso e infondendovi le mie ossessioni”. Soavi opera un miracolo e gira un film che riesce a essere, al contempo, fedele all’affascinante, nonché peculiarissima, poetica di Sclavi e, una costante nella sua carriera, inequivocabilmente personale.

Un “mondo piccolo” in cui collidono le due pulsioni che regolano l’esistenza umana: Eros e Thanatos. “La paura è un fenomeno interessante”, continua il regista, “ma qui è più interessante il linguaggio dei sentimenti, la paura dei sentimenti, più che la morte fisica. Forse potrebbe essere definito un horror romantico”. Di più, perché Dellamorte Dellamore è, in effetti, avvolto da fiocchi orrifici -con qualche tocco splatter, che non guasta mai- e romantici, ma anche grotteschi, surreali, umoristici, ironici, metafisici. Un sublime trattato di realismo magico, nel quale piombiamo in medias res, tra le grinfie del canonico elemento paranormale, inspiegabile, accettato dalla comunità, che funge da substrato alla narrazione: l’epidemia di origine sconosciuta che risveglia i morti.

“All’inizio, i morti violenti che incarnano l’evento straordinario della storia rappresentano il male”, rifletteva Hadji-Lazaro, “e Francesco e Gnaghi li combattono perché esso non esca dal proprio sentiero”. I due devono (ri)ucciderli, ossia ucciderli definitivamente tramite un colpo alla testa, per mantenere l’equilibrio naturale delle cose. Ma poi arriva l’imponderabile: l’innamoramento, la passione, la tragedia e, di conseguenza, una disputa giurisdizionale con la Morte che scardinerà le frontiere del visibile e l’invisibile. “Si rendono conto che i vivi non sono migliori dei morti [in un paese in piena campagna elettorale, questa non sarà un’impresa difficile] e quindi iniziano a dare la caccia anche ai primi, senza distinguere se questo sia bene o male”.

Francesco comincerà a mettere tutto in discussione, persino la propria identità, mentre sprofonda nella pazzia. “Dellamorte è uno stato mentale”, dice Soavi, “il fatto di non voler crescere, di non voler vedere il resto del mondo oltre la collina”. La trasformazione del personaggio nel mondo cosiddetto “reale” comporterà anche un cambiamento narrativo, dalla leggerezza sardonica in linea con il vademecum zombie di George A. Romero, verso la più squisita poesia onirica. Il nostro vitellone, “eterno adolescente che vive il malessere esistenziale”, scoprirà il suo lato oscuro e, come Sisifo, si troverà di fronte a un’eterna ripetizione, spronata da quella particolare fata Morgana, o forse “tre madri”, che è lei. Unica risposta valida? Albert Camus docet: la rivolta.

Alla ricerca della bellezza

L’alchimista Soavi prende gli elementi più diversi e li tramuta in oro puro. La sua macchina da presa osserva e danza attorno alle creature che pullulano per Buffalora, alla ricerca di angolazioni dal sapore fumettistico che hanno una misura millimetrica, senza virtuosismo fine a se stesso. A pagare il conto di questa eccellenza fu Everett, che si sentì abbandonato durante le riprese, come riconosce Soavi: “Litigavamo tutti i giorni. Disse che aveva incontrato il peggior regista di sempre perché ero troppo occupato della parte tecnica e poco degli attori”. Trent’anni dopo, All’s Well, that Ends Well, tutto è bene quel che finisce bene? Sì. Il Bardo aveva ragione e l’attore ha da poco dichiarato: “Questo è uno dei film di cui sono veramente, ma veramente orgoglioso”.

Alla regia impeccabile, questione di ordinaria amministrazione, si aggiunge una compiuta messinscena, con la fotografia quasi “baviana” di Mauro Marchetti e l’ammaliante scenografia del fido Antonello Geleng, sul palcoscenico privilegiato del cimitero di Arsoli. “Da piccolo, disegnavo solo cimiteri, che per me erano un’evocazione perché volevo inquietare”, confessa Soavi. “Mi piacevano le croci gotiche, un po’ storte, un po’ sbrecciate, le tombe, le lapidi spezzate, e lì finalmente avevo la possibilità di giocare coi miei giocattoli”. Il tocco di classe definitivo corre a carico della leggenda degli effetti speciali, ottici e meccanici Sergio Stivaletti, padre dei ritornanti baciati dalla mandragora e della Morte, un’opera d’arte di oreficeria macabra.

Dellamorte Dellamore è un crocevia di influenze sia indirette -le due facce di Federico Fellini, tra l’apnea provinciale e il sogno metafisico, Luis Buñuel, Tim Burton– che dirette, con omaggi ai mentori che vanno da Dario Argento a Lucio Fulci -indimenticabile il finale in cui riecheggiano Sette note in nero (1977) e … E tu vivrai nel terrore! – L’aldilà (1981)-, passando per una sfida ai convenzionalismi del fantastico targata Terry Gilliam: Soavi era stato il regista della seconda unità de Le avventure del barone di Munchausen (1989) e in Dellamorte Dellamore si percepiscono con particolare forza la scomposizione della continuità spazio-temporale e la reinterpretazione favolistica della realtà che permeano l’immaginario dell’ex Monty Python.

Il tutto, però, filtrato attraverso il suo setaccio intimo e visionario, in un viaggio alla perenne ricerca della bellezza. Così appaiono intrecciati Edgar Allan Poe e Guy de Maupassant, Frankenstein (chi è il mostro?) e Romeo e Giulietta, Emil Cioran Il pifferaio magico (nel 2005, in una chiusura del cerchio, Soavi ripeterà a fianco di Gilliam ne I fratelli Grimm e l’incantevole strega). E, assieme a loro, riletture artistiche di Giuseppe SanmartinoRené Magritte, di Arnold BöcklinCaspar David Friedrich. “Non si è mai abbastanza diversi”, dice Francesco a Gnaghi. Parole su misura per questa sfida tecnica, estetica e intellettuale a spasso per l’universo dell’ultimo maestro del genere. “Dentro questo film ci ho messo il mio mondo”. Perciò Dellamorte Dellamore è un capolavoro.


Dellamorte Dellamore

Un film di Michele Soavi, 1994. Italia – Francia, Audifilm – Urania Film – K.G. Productions – Le Studio Canal +. Colore, 103′.

Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Tiziano Sclavi. Sceneggiatura: Gianni Romoli, Michele Soavi. Interpreti: Anna Falchi, Anton Alexander, Barbara Cupisti, Claudia Lawrence, Clive Riche, Fabiana Formica, François Hadji-Lazaro, Katja Anton, Mickey Knox, Patrizia Punzo, Pietro Genuardi, Rupert Everett, Stefano Masciarelli. Fotografia: Mauro Marchetti. Trucchi ed effetti speciali: Sergio Stivaletti. Montaggio: Franco Fraticelli. Scenografia: Antonello Geleng. Musiche: Manuel De Sica.

Dichiarazioni tratte da: Dellamorte Dellamore – Making Of (Speciale Italia 1, 1993), Wonderland. Michele Soavi (Rai, 2018), “Un romanzo di Tiziano Sclavi da scaricare e leggere” (Il Post, 25 marzo 2020), Michele Soavi – FIPILI Horror Festival (ottobre 2023), intervista a Rupert Everett (Dellamorte Dellamore, edizione speciale 4K Ultra HD, Severin Films, 2023), “From Terror Mentee to Master of Horror: An Interview with Michele Soavi” (Jacob Knight, Fangoria, 24 novembre 2023).